In ricordo di Giovannino Giovannone

Sono passati ormai nove anni dalla scomparsa del prof. Giovannino Giovannone e, per chi lo ha conosciuto, il ricordo resta intatto. Nella sua attività poliedrica ha lasciato un’impronta inconfondibile: artista e pittore, docente (ha insegnato discipline pittoriche in diversi licei e istituti d’arte), amministratore comunale; ma, soprattutto, uomo dalle straordinarie qualità umane.

Eletto in Consiglio comunale il 15 giugno 1975, nel settembre successivo divenne Assessore alla Cultura del Comune di Ceccano, incarico che mantenne fino al 1981. In quegli anni conservò la delega con quattro sindaci differenti (Orazio Trotta, Lorenzo Masi, Aldo Papetti e Angelino Loffredi): una continuità rara, che racconta la stima trasversale per la sua serietà, la sua inventiva e la capacità di costruire relazioni.

Erano anni di speranze e di passioni, ma anche di risorse scarse. In Italia si affermava una nuova idea di politica culturale, quella dell’“effimero”, resa celebre a Roma dall’esperienza di Renato Nicolini: portare l’arte nelle piazze e nelle strade, come occasione di incontro e partecipazione. Giovannino seppe interpretare quello spirito a Ceccano con coraggio e visione: teatro, mostre, iniziative sperimentali, concerti; un fermento che allora poteva far storcere il naso, persino dentro il suo stesso partito, ma che apriva orizzonti nuovi.

A questo proposito riporto un simpatico aneddoto raccontatomi da Maurizio Cerroni:

«All’epoca (1977-1981, n.d.a.) il sindaco era Papetti e Giovannino, da assessore, organizzò un evento cittadino con attori e teatranti che si aggiravano per i vicoli del centro storico con megafoni e su altissimi trampoli. L’intento era creare attenzione e coinvolgimento, persino suscitare un po’ di paura: intento riuscito; infatti i cittadini tempestarono di telefonate la caserma dei Carabinieri e la Polizia municipale, impauriti da quelle figure che si affacciavano alle finestre dei piani rialzati. Nemmeno il sindaco era stato avvertito!»

Di quegli anni resta, soprattutto, la sua verve creativa al servizio delle iniziative culturali e dei comizi preelettorali: scenografie, simboli, colori intensi, temi grafici pensati per catturare l’attenzione e far nascere domande. Uno striscione, diventato quasi un emblema, accompagnò a lungo le Feste dell’Unità in provincia di Frosinone e nei cortei o nelle feste nazionali.

Tra i ricordi di chi c’era tornano alla mente serate musicali e appuntamenti che fecero sentire Ceccano dentro il respiro di un’epoca. In collaborazione con l’ARCI (associazione culturale fondata a Ceccano nel marzo 1968 da Gerardo Masocco e protagonista, almeno fino al 1980, di grandi iniziative non solo musicali), furono organizzati i concerti del gruppo Inti-Illimani che, dopo il golpe di Pinochet, portò in tante piazze italiane il grido di libertà e la richiesta di democrazia per il popolo cileno; e, nel 1976, al cinema Antares, il concerto del gruppo di avanguardia musicale “Area”, con frontman il celebre Demetrio Stratos.

Un ricordo personale, per me, è legato alla sua disponibilità durante la mia prima esperienza da assessore (1994-1998). Collaborò con l’artista Andrea Colaianni nella realizzazione de “La Calotta – Teatro del Mondo”: installazioni artistiche allestite prima in Piazza Municipio e successivamente in Piazza Mancini, capaci di aiutare a riscoprire il senso e il bisogno dello stare insieme. Un invito a non ridursi a “… delle isole senza ponti e passaggi per raggiungere l’altro…”, ma a riconoscere il diverso: che, nel manifestare il proprio immaginario, può incoraggiare a rilevare e fertilizzare quanto ognuno porta dentro, nella moltitudine umana della città. Messaggi ancora oggi attualissimi nelle moderne politiche urbane.

Si offrì inoltre di presiedere la giuria del concorso per le scuole di Ceccano legato alla promozione dell’uso della raccolta differenziata: anche lì, la cultura diventava cura del bene comune.

Credo che il suo impegno civile e politico non sia mai venuto meno. Lo testimonia, tra le altre, un’opera del 1997 intitolata “Maastricht”: un titolo che richiama l’atto fondativo dell’Unione europea e, insieme, la fatica (ancora attualissima) di comprenderne fino in fondo il significato e le responsabilità.

Molte opere della sua ampia produzione artistica sono oggi custodite in silenzio in case e archivi privati. Resta la memoria di lunghe discussioni, di bozzetti e manifesti, di incontri nella sezione del PCI di Piazza 25 Luglio. Sarebbe bello ricostruire un piccolo archivio condiviso – fotografie, locandine, schizzi, testimonianze – per salvarne le tracce dall’oblio. Chiunque ne possieda potrebbe aiutarci a conservarle e a tramandarle. Sarebbe inoltre auspicabile che l’Amministrazione comunale promuovesse una mostra dei suoi lavori: per testimoniare il legame con la sua città d’origine e far scoprire ai più giovani la sua arte.

La sua esperienza di insegnante si è svolta in diverse parti d’Italia, a testimonianza del suo spirito irrequieto e sempre in movimento: dagli esordi nel celebre Liceo Artistico di Via Ripetta, a Roma, a Udine; poi a Frosinone, Sora e Arpino; infine, nell’ultima parte della carriera, a Priverno e Latina, lasciando un ricordo indelebile nelle centinaia di ragazze e ragazzi a cui ha insegnato.

A proposito dell’esperienza in Friuli, come mi ha testimoniato il fratello Angelo, realizzò grandi murales con le tecniche grafiche di cui era padrone. Anche in questo caso aveva anticipato linguaggi e soluzioni figurative che oggi sono patrimonio comune in tanti spazi urbani, non solo italiani ma nel mondo. Un suo murale – opera di 64 mq – fu realizzato a Priverno e rappresenta “Il Vecchio e il Bambino”, ispirato al celebre brano dei Nomadi.

Oggi, in una politica troppo spesso inaridita da diatribe e veti incrociati, la sua genialità e la sua umanità servirebbero ancora: per guardare al futuro con occhi più liberi e più profondi. Grazie, Giovannino, per quello che hai dato alla tua comunità e per averci insegnato che la cultura non è un ornamento, ma una forma concreta di responsabilità collettiva.

Luigi Compagnoni