Torna Angelino Stella con I Divoratori del Presente

Uscirà a breve in tutte le librerie il secondo volume de “I divoratori del Presente – Gli untori del domani”, dal titolo “Un amico interstellare”. A distanza di 8 anni dal primo romanzo, Angelino Stella torna a percorrere la strada che lo ha contraddistinto sia durante la sua attività politica che durante quella letteraria. Una lotta per la difesa del territorio, sempre più bullizzato e martirizzato da politici, imprenditori, curie, lobby, gente comune, tutti dediti alla ricerca del profitto immediato a svantaggio delle future generazioni. Torna a parlare delle battaglie di una vita in un libro che è al tempo stesso romanzo, saggio, raccolta di poesie e di pensieri filosofici. Un’immersione vera nel mondo controcorrente di un combattente vero, che per portare avanti le proprie battaglie ambientali ha spesso messo da parte gli interessi personali e politici, finendo, solo apparentemente oggi, in un angolo. In questo spazio che per molti sarebbe potuto apparire ristretto, ha prodotto quest’opera impegnativa, complessa ma appassionata, in cui ci ricorda in ogni passaggio che la nostra vita, e quella delle future generazioni, passa attraverso le nostre azioni quotidiane. Il libro sarà presentato nel mese di giugno, tutti i dettagli saranno forniti a breve.

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Sesso, il punto di vista che nessuno vuole sentire

Noi non siamo dei demoni tentatori, delle streghe o delle puttane.
Il nostro corpo non è volgare, non va coperto.
Il piacere sessuale non è peccato.
L’orgasmo non è, e non deve essere, un’esclusiva maschile.
Darsi piacere non è una pratica necessaria per gli uomini e sconveniente per le
donne.
È libertà, esplorazione, conoscenza di se stesse, e non bisogna vergognarsene.
È proprio la vergogna, un sentimento troppo diffuso nelle donne, a trasformarsi
in una morsa così stretta da non farci più respirare.
Ci incatena e umilia.
Con quella vergogna ci hanno marchiate a fuoco.
Ora bisogna che la grattiamo via.
Non deve appartenerci.
Noi non siamo Eva nata dalla costola di Adamo.
Noi siamo Lilith, nata con lui dalla terra.
Siamo la donna che non volle sottomettersi all’uomo.

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I consigli de Il Vortice: L’Amica Geniale

Esordio in televisione, la miniserie tratta dal romanzo “L’amica geniale” di Elena Ferrante(dal titolo omonimo).

Un piccolo preambolo: non amo molto le opere tratte da romanzi cui un autore non appone il proprio nome, ed essendo la serie tratte da uno di essi, dovrebbe conseguirne una recensione negativa(perché ripreso dal romanzo di Elena Ferrante, uno pseudonimo di un’ignota autrice). Dovrebbe, se seguisse un’ottica estremamente personale ma come da titolo è il consiglio del “Vortice”, motivo per cui l’ottica è oggettiva, il più possibile distaccata dai miei gusti personali, potrei poi specificare i motivi per cui non nutro molta fiducia nei romanzi anonimi ma finirei per occupare troppo spazio, sarà magari argomento di un prossimo articolo.

L’AMICA GENIALE

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Prima di procedere alla serie, delle informazioni in merito al regista a capo della serie: Saverio Costanzo(figlio di Maurizio Costanzo e Flaminia Morandi).

Questi ha all’attivo quattro film, di cui l’ultimo del 2014, riceve al Festival di Venezia due Coppe Volpi per l’interpretazione di Alba Rohrwacher e di Adam Driver nel film Hungry Hearts.

Come il precedente film, “La solitudine dei numeri primi”(da cui riprende l’attrice Alba Rowrcher), “Hungry Hearts” propone sempre una storia di individui alienati dalla società e permeati dalla solitudine.

Tema che si sposa perfettamente con la serie in esame.

Sul piano televisivo, Saverio Costanzo non è totalmente alieno perché già per Sky aveva realizzato il remake della serie statunitense dal titolo omonimo “In treatment”, a sua volta remake di quella israeliana “Be tipul”; con Sergio Castellitto.

La serie in onda su Rai uno, ogni martedì, partita il 27 novembre, narra la storia di amicizia di due bambine, Elena Greco e Raffaella Cerullo negli anni ’50.

La ricostruzione degli ambienti e la fotografia è estremamente accurata, permettendo di vivere a pieno l’atmosfera in cui vivono i personaggi. Anche l’abile uso delle ombre è efficace per trasmettere sia i vari momenti cupi che drammatici che permeano la serie.

Sul fronte dell’interpretazione(avendo del resto visto i soli due episodi) non si può che rimanere soddisfatti della scelta delle due attrici bambine, non note perché dilettanti(scelta non tanto del regista ma della misteriosa Elena Ferrante, per la seguente motivazione “I bambini attori raccontano i bambini come gli adulti immaginano che dovrebbero essere. Invece i bambini che non sono attori hanno più possibilità di uscire dagli stereotipi, specialmente se il regista è in grado di trovare il giusto equilibrio tra realtà e finzione.” [tvserial.it, comunicato stampa TimVision] )  che sono ben in sintonia l’una con l’altra.

Non pesante l’uso del dialetto che ben si sposa con le atmosfere; soffermandoci sulla sceneggiatura ad emergere il tema della solitudine(che accomuna questo sceneggiato a film come “La solitudine dei numeri primi” e “Hungry Hearts”) e la rivalsa dalla società in cui le bambine vivono, maschilista e fortemente imperniata sull’utilitarismo aliena ai sogni delle protagoniste.

Oltre questo, la sceneggiatura non costruisce nulla di particolarmente innovativo, ma è un leggero contro, a favore la buona regia che non soffoca minimamente l’espressività dei vari interpreti, incluse le bambine, perché sceglie di soffermarsi molto sui volti.

Concludendo, è impossibile formulare un giudizio complessivo sulla serie avendo visto solo due puntate ma esse sono in grado di mostrare le buone potenzialità della regia, fotografia e anche della colonna sonora di Max Ritcher(compositore tedesco autore tra l’altro di serie quali Black Mirror, nello specifico il primo episodio della terza stagione e di Taboo, con protagonista Tom Hardy rinnovata per una seconda stagione) che fanno sì che lo spettatore segua senza annoiarsi mai le varie vicende, portandolo in un crescendo di emozioni; se la qualità rimane questa o se meglio ancora aumenta, ci troviamo davanti un notevole prodotto Rai.

RICCARDO GABRIELE

Narcos Mexico manda in soffitta Escobar

Forse mi attirerò contro le ire dei puristi, ma Narcos: Mexico è nettamente la migliore stagione della serie dedicata alle attività della D.E.A. contro i cartelli del narcotraffico degli anni ottanta. Che sarebbe stata diversa lo si capisce dal principio, l’equivoco su chi sarebbe stato il buono e chi il cattivo tra Miguel Angel Felix Gallardo e Kiki Camarena con cui vengono introdotti questi due personaggi è fenomenale, ti porta facilmente a sbagliare viste la faccia da bravo ragazzo bianco di Diego Luna e quella da indio da strada di Michael Peña. Invece con il passare degli episodi i due attori emergono in tutta la loro bravura, portando alla luce l’ascesa verso il trono dei narcotrafficanti di un povero poliziotto di Sinaloa. La forza di questa stagione non sta però solo nei personaggi, ma nel realismo con cui viene descritta una società in cui tutti possono essere corrotti, partendo dai politici, passando per le forse dell’ordine fino ad arrivare alla gente comune. La droga porta denaro, il denaro porta l’individuo ad accettare di tutto pur di guadagnarsi un posto al sole.

Le coperture politiche erano già state messe in evidenza nelle prime stagioni della serie, sia le due dedicate a Pablo Escobar che la terza dedicata al Cartello di Calì. In questa però il punto di vista rovescia i punti di forza. In alcuni tratti sono i politici i veri cattivi della serie, ci spingo quasi a simpatizzare per i narcotrafficanti. Sono ingordi, avidi non solo del potere che già detengono, ma anche del denaro che pretendono per proteggere le attività del cartello. Quel binomio denaro-potere che sembra indissolubile ma che traina tutte le sfere della società, spingendo il primo a far crescere l’influenza del secondo, e dimostrando che il solo denaro, senza il potere, è niente, sono miliardi che se ne vanno in fumo con leggerezza e senza che nessuno se ne preoccupi.

Una delle cose che più si apprezzano di questa quarta stagione è poi il fatto che non si crea nessuna apologia dei cattivi, perché le gesta che compiono sono disumane, sono sbagliate, e non spingono lo spettatore a parteggiare per loro. Questa deviazione dei valori, che hanno spinto molti critici a contestare le serie dedicate alla malavita con l’accusa di trasformare dei criminali in eroi, ha determinato una percezione sbagliata dei criminali anche nella società reale. Si è portati a sostenere chi spaccia, chi guadagna facile con il narcotraffico, chi va a braccetto coi politici e grazie a questo ha tutte le porte spalancate, pur sapendo quali siano le attività principali di guadagno di questi personaggi. Un fenomeno questo che salta all’occhio soprattutto nei centri più piccoli, dove tutti sanno di tutti, e dove alcuni criminali vengono considerati benefattori solo perché investono qualche soldo, magari per riciclaggio, in feste o attività politiche.

In conclusione, la migliore stagione della serie. Un corso fantastico di spagnolo dell’America centrale, scelte registiche di qualità, prove d’attore magistrali non solo dei due protagonisti ma anche nei ruoli di supporto. Una serie da vedere, sperando non ci mettano troppo a dirci come andrà a finire.

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Nella House of Cards ceccanese ci rimettono tutti

Chiariamo subito il concetto: un’Amministrazione va giudicata per le attività svolte durante un intero mandato, e dovrebbe avere il diritto di portarlo a termine perché è così che vogliono gli elettori al momento del voto. Questo il pensiero mio e di tantissimi altri. Ci sono però oggi delle situazioni che spingono a riflettere su cosa sia diventata oggi la politica. Da sempre considerata come un laboratorio capace di anticipare anche gli scenari nazionali, a Ceccano nel 2015 vince le elezioni per la prima volta dal 1994 (anno in cui i ceccanesi elessero direttamente il Sindaco in base alla nuova legge elettorale per i Comuni) una coalizione diversa dal centrosinistra. Un gruppo molto forte, composto da sette liste civiche che, sostenendo Roberto Caligiore, porta avanti con forza lo slogan “Né destra, né sinistra, né affari”, e trionfa al ballottaggio con il 66,40% dei voti contro Luigi Compagnoni, che a mio modo di vedere continua ad essere la persona giusta candidata nel momento sbagliato. Il vento dell’estate 2015 faceva presagire una nuova era per la nostra città. Un nuovo modo di fare politica, finalmente sarebbero stati risolti tanti problemi decennali, da Acea ai rifiuti, dall’inquinamento al recupero del Palasport, passando per il decoro urbano e la sicurezza. A un certo punto però, la politica del “né né né” (confesso di non amare le negazioni negli slogan) ha iniziato a scricchiolare, rendendo palese ed evidente che quel cartello elettorale non era stato assemblato sulla base di un progetto, ma solo perché molti dei candidati erano delle vere e proprie calamite di consensi. Messi tutti insieme alle elezioni erano stati un tornado. Messi tutti insieme a governare, hanno prodotto una serie impressionante di crisi partite da febbraio 2017 (appena 1 anno e mezzo dal voto) e destinate ancora a non finire. Ogni singolo consigliere si è rivelato essere non parte di un gruppo, ma un partito a sé stante, interessato solo alla propria figura e non al gruppo, fatta eccezione per gli iscritti a Fratelli d’Italia, abituati all’esperienza di partito, e alle liste Nuova Vita e Patto Civico, nati prima come gruppi e poi diventati liste. Il resto, una serie di rivendicazioni, minacce, riavvicinamenti, poi di nuovo litigi, richieste di posti, richieste di maggiore visibilità, che hanno finito per schiacciare il Sindaco, lasciandolo a dover gestire non una coalizione, ma un domino dove ogni tessera che veniva spostata ne poteva far cadere un’altra, paralizzando di fatto una vita amministrativa già seriamente compromessa dalla carenza di risorse economiche cronica che colpisce tutti gli enti locali. L’ultima crisi è emblematica. Per sostituire Massimo Ruspandini alla carica di Vicesindaco ci vogliono tre mesi, con colpi di scena degni di House of Cards, o forse meglio di Beautiful, dove c’è chi minaccia di uscire, poi viene cacciato, poi rientra, poi non sa se accettare, poi esce di nuovo, con cambiamenti di idea e di posizione così repentini da far girare la testa anche ai più attenti appassionati (rimasti ben pochi nel frattempo). Sia chiaro, non è la prima volta che si verificano crisi. Gli stessi sindaci di centrosinistra ne avevano affrontate decine, uscendone indenni Cerroni e Ciotoli, e uscendone sconfitta Manuela Maliziola, sfiduciata da 11 consiglieri nel giugno 2014 dopo appena due anni di mandato. Forse questo ci dice che, con i famigerati e brutalizzati partiti, si riusciva a trovare un’intesa più facilmente rispetto ad oggi, dove ognuno pensa per sé, ognuno sostiene, come la Claire Underwood di House of Cards, che è il suo turno e tutti devono farsi da parte. Dove porterà tutto questo? Non si sa. Di certo non alla risoluzione dei problemi di Ceccano. I famigerati problemi ereditati da “quelli di prima” che, ahinoi, forse erediteranno in toto anche “quelli di dopo”, chiunque essi siano. Forse, con questa situazione di estrema difficoltà economica e politica, piuttosto che cercare di rammendare con le toppe un’esperienza nata e finita male, sarebbe stato più saggio assumersi la responsabilità di fare un passo indietro, non per sé stessi, ma per la città. A quel punto, a giugno 2019 avremmo votato di nuovo, ma magari avremmo avuto di fronte coalizioni diverse, più omogenee (lo so che è un’utopia, ma è una semplice opinione), e il vincitore avrebbe potuto iniziare a governare da subito. Insomma, meglio perdere sei mesi e ricostruire piuttosto che affrontare un anno e mezzo di crisi e litigi.

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Pro e contro in Outlaw King

Dopo l’ottimo film, Hell or High Water, del regista David Mackenzie, che era stato candidato a diversi premi Oscar nel 2017, tra cui per la miglior regia, Netflix torna a scommettere su questi, con il lungometraggio Outlaw King(Il Re fuorilegge) uscito il 9 novembre.

C’è da dire che se guardato dal punto di vista meramente tecnico è ben fatto, in particolare le battaglie, in cui si ha l’impressione di essere lì dove si svolge l’azione.

A pesare su tutto però una sceneggiatura incapace di dare la giusta profondità agli svariati personaggi coinvolti, proponendo una trama per quanto incentrato su un lato di storia forse non molto noto(sulla figura di Roberto I di Scozia) ben presto sa molto di già visto e a questo si va aggiungere un lavoro discreto sul doppiaggio(prevedibilissimo essendo una produzione Netflix) che non aiuta a immedesimarsi nei personaggi coinvolti nei momenti in cui le scene di battaglia non sono presenti.

Unica interpretazione di rilievo è quella del re Edoardo, contrapposto al re Roberto, interpretato da Billy Howle, che riesce a trasmettere tutto il carisma positivo e negativo del suo personaggio, tramite una buona mimica.

Delude invece l’interpretazione di Chris Pine che non riesce a recuperare quanto svolto nel film Hell or High Water, proponendo un personaggio che sa molto di già visto, incapace di emergere tra tutti gli altri personaggi, (di sicuro un giudizio che risente di un doppiaggio pessimo, non avendolo visto in lingua originale) su cui è impossibile entrare in una qualsiasi forma di empatia ed essendo il film incentrato tutto su Chris Pine è un lato negativo che nuoce gravemente al lungometraggio.

In tutto questo il dramma è presente ma durando l’intero film quasi due ore, ed essendo queste presenti in una manciata di scene, occupando l’intero lungometraggio di scene di battaglia, non è sufficiente a soddisfare lo spettatore, almeno non chi aveva visto il precedente lavoro di Mackenzie(migliore dal punto di vista della sceneggiatura, capace di regalare oltre l’azione anche una profonda descrizione dei personaggi).

Da vedere unicamente se in cerca di un film d’azione ben fatto ma fallimentare sul piano narrativo e drammatico.

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RICCARDO GABRIELE

House of Cards 6, ridateci Frank!

Sì, vero, è stato il turno di Claire Hale Underwood e si è visto. Fredda, calcolatrice, spietata, ieratica, ma valeva davvero la pena fare a meno di Frank Underwood pur di andare avanti? A mio parere: assolutamente NO. La sesta stagione di House of Cards, uscita in modalità Netflix (tutti gli episodi caricati su on demand in contemporanea) su Sky, si è rivelata la peggiore della serie nonostante alcuni picchi drammaturgici notevoli, merito soprattutto della bravissima Robin Wright e di un intenso Michael Kelly. Gli sceneggiatori hanno dovuto ridisegnare una stagione forse già in parte scritta all’indomani degli scandali sessuali che lo scorso anno colpirono il protagonista Kevin Spacey, licenziato in tronco e sparito dalle scene in maniera inspiegabile. Hanno quindi trasformato Claire, il personaggio interpretato dalla Wright che era già diventata Presidente al termine della quinta stagione, in qualcosa che non era mai stata: la tessitrice di una trama non sua, in un contesto in cui era stato adorabile, nelle prime cinque stagioni, vederla come spalla e complice essenziale per i “successi” del marito. Questo non va letto come una visione maschilista, per carità, ma il meccanismo funzionava a meraviglia fin dalle prime scene della prima stagione. Nell’episodio 1×01, quando Frank tornò a casa deluso per non essere stato nominato Segretario di Stato dal Presidente Garreth Walker, Claire si arrabbiò con lui perché non era abbastanza irato, una scena che introdusse un personaggio complesso e affascinante proprio perché definito in quel modo. Privarsi di un Frank Underwood è stata una scelta suicida, e la sesta stagione ne ha pagato le conseguenze. Frank aveva un sesto senso innato, capiva prima degli altri la mossa giusta da fare e quando le sue azioni lo portavano verso un vicolo cieco, la capacità di calcolo e di manovra lo facevano scivolare via, veloce, verso la salvezza. Quello che è mancato è stato proprio questo, un personaggio capace di un guizzo, sempre un passo avanti agli altri, capace di influenzare le scelte degli altri prima ancora di conoscerle. Un Frank Underwood manca e mancherà tantissimo, perché era un maestro, non di cattiva politica, perché di quelli ne siamo pieni fin sopra i capelli. No, Frank era un maestro della lettura del comportamento umano. Quando rivolgeva lo sguardo alla cinepresa, guardandoci tutti negli occhi, ci spingeva a pensare come lui, anche se non era facile, se non avevi il suo background, se non eri parte di quel mondo, ti rendevi conto che aveva sempre ragione lui. Alla sesta stagione di House of Cards sei mancato da morire, caro Frank, e a noi ancora di più.

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