Siamo il distretto del rifiuto?

In evidenza

È di questi giorni la discussione sulla possibilità di veder nascere un biodigestore, impianto di lavorazione di rifiuti raccolti da ambienti domestici, nella zona industriale tra Frosinone e Ceccano. Le posizioni di associazioni, mediche e ambientaliste, sono tanto agguerrite quanto distanti e abbiamo capito che sull’argomento non esiste, e non esisterà, una linea comune. Da un lato i medici che vedono la nuova impiantistica come il fumo agli occhi perché inserito in un territorio che, e su questo non crediamo ci siano dubbi, già soffre e combatte per livelli di inquinamento tra i più alti in Italia, dall’altro gli ambientalisti proiettati in un futuro roseo che di impianti per il trattamento di rifiuti come quello ne include molti altri e diversificati.

Sono un’ambientalista convinta e lo sarò sempre perché nell’inquinata Valle del Sacco sono nata e vivo. Sono un’ambientalista convinta perché  gli ultimi venti anni della Valle del Sacco li ho osservati e raccontati da giornalista. Da una città, Ceccano, che gareggia con Frosinone solo per i livelli stratosferici di inquinamento.

Il dibattito che si vuole animare è vecchio e certamente poco utile. Hanno già deciso. Ma non ce lo dicono. Come non ci hanno detto di aver sancito la vocazione della provincia di Frosinone a terra dei rifiuti. Siamo noi gli abitanti del Centro Italia scelti dalle direttive governative per iniziare a definire i programmi di sviluppo da qui ai prossimi decenni. Siamo noi quelli scelti per trasformarci in distretto del rifiuto. Siamo noi quelli che dopo la desertificazione industriale dell’ex Cassa del Mezzogiorno oggi siamo chiamati a vedercela da soli con un bel pacchetto di SIN (i famigerati siti di interesse nazionale), aree che riescono a produrre solo decreti di interdizione per ogni genere di attività e che nell’ultimo ventennio ci hanno indicato con l’evidenziatore come territorio depresso e abbandonato. Con buona pace dei milioni di euro stanziati a più riprese nelle fasi di emergenza ma mai arrivati per trasformare in fatti quanto scritto nero su bianco. La prima emergenza della Valle del Sacco ha mandato in fumo 11 milioni di euro con un unico risultato: zero interventi e addirittura perimetri da ridefinire (con la nuova CARATTERIZZAZIONE).

Ora, di fronte ad uno scenario così devastante, davvero questa popolazione dovrebbe credere che un impianto biodigestore (insieme a quanti altri?) sarebbe il primo passo verso un futuro migliore? Chi ce lo assicura? Quali garanzie si offrono ai cittadini? Perché questi cittadini dovrebbero fidarsi? Quali sarebbero gli organi deputati a controlli e verifiche periodiche di certificazioni e autorizzazioni?

Il dibattito sembra essere solo un vecchio trucco, quello del volerla buttare nel caos quando in pochi hanno già deciso sulle nostre teste. Ogni discussione può considerarsi utile quando gli attori che la animano si misurano sullo stesso piano. Mettere medici contro ambientalisti è solo un modo per lasciarci l’illusione che ci siano margini per decidere. Ma così non è visto che da un lato ci sono i numeri delle patologie che la popolazione sta affrontando in questo territorio devastato da anni di inquinamento delle acque, dei terreni e dell’aria – dati concreti che ogni famiglia, purtroppo, può verificare sulla pelle – e dall’altro le speranzose proiezioni degli ambientalisti che dalla loro tirano in ballo le realtà che in altre parti d’Italia raccontano di paradisi ecologici nati intorno ad impianti come quello che si vuole da noi. Ma le altre zone d’Italia, signori, non sono la valle del Sacco. Non esiste un’altra Valle del Sacco in Italia. È il contesto che fa la differenza.

Sono tanti i quesiti che restano senza risposta e che scattano la fotografia di una terra in sofferenza.

Perché nella nostra provincia ci sono sindaci che non riescono ad esercitare il loro ruolo di tutori della salute pubblica e non vengono ascoltati quando rifiutano di sottostare ai ricatti occupazionali che per decenni ci hanno portato a questa situazione?

Perché le associazioni ambientaliste non sono scese in campo quando quei sindaci li hanno chiamati in aiuto per opporsi all’ennesimo insediamento per il trattamento di rifiuti sul territorio?

Perché di fronte all’assenza del Registro dei Tumori (altro record per la nostra provincia: a Latina esiste da oltre 20 anni) che metterebbe in luce la verità sulla diffusione delle malattie, le associazioni ambientaliste restano in silenzio?

Perché il biodigestore risulta essere l’unica alternativa possibile per il nostro distretto? Perché non si parla mai di altro? Possibile che accanto ai distretti chimico e farmaceutico rimasti nella nostra provincia non si possa parlare di poli per la formazione, di trasformazione e recupero delle aree industriali che non guardino esclusivamente al settore dei rifiuti?

Giffoni Experience 2021. Un grido di felicità

di Cristina Cavicchini

Un vecchio professore un giorno mi disse “se vuoi la verità, chiedi ad un bambino”.
Non era Claudio Gubitosi ma credo che i due non si discostassero molto nel pensiero, contando che quest’ultimo, nel 1971, decise di fare dei bambini di Salerno, e poi di tutta Italia, giuria di uno dei Festival, ancora oggi, più acclamati e attesi dalla critica cinematografica di tutto il mondo.
Lo stesso François Truffaut, nel 1982, in una lettera lasciò scritto: «Di tutti i festival del cinema, quello di Giffoni è il più necessario». Troppo spesso infatti abbiamo dimenticato, e ancora dimentichiamo, il potere salvifico dei bambini, che esso riecheggi in sorrisi o, come in questo caso, nel futuro del cinema.
Non solo cinema, ma storie di coloro che troppo spesso vengono relegati a meri studenti o,
peggio, a menti spontanee prive di pensiero critico. Storie che si intrecciano e snodano tra i
personaggi protagonisti delle opere in concorso e i Juror dell’hub di Ceccano (tra l’altro unico Hub rappresentante della regione Lazio oltre Roma, sapete?) e che ho avuto il privilegio di assaporare, tutte in ogni loro singola sfumatura.
“La speranza di una vita migliore” è il tema della seconda giornata che ha aperto il sipario ai +13 con il film Her Name Was Jo. Una storia, quella di Jo, che la vede fuggire dall’ostilità della sua Virginia. Così come, non solo figli, ma anche padri e madri sono fuggiti, e ancora fuggono, dalla povertà e dalla corruzione delle loro virginie, alla ricerca di speranze nuove. Di una vita migliore. “Cambiare la vita con la forza delle proprie idee” è l’altro tema cardine di questo Cinquanta +1, stavolta capitanato da Snotty Boy e ambientato nell’Austria degli anni ’60. Un’Austria, in realtà, non troppo lontana da quella attuale. Come si cambia il destino di una Nazione, e poi quello del mondo intero?


“Noi non vogliamo che queste persone ci rappresentino, noi vogliamo cambiare e mostrarci per ciò che siamo!”. Sono le parole che dalla Sala Truffaut si propagano nelle aule del Liceo
Scientifico di Ceccano, che quest’anno ospita Giffoni e i suoi ragazzi. Sono Amy, Leonardo,
Francesco, Luca, ragazzi dediti all’innovazione e alla realizzazione di una società migliore. Una società che, proprio come Giffoni, lasci alle nuove, piccole, generazioni la libertà e la facoltà di rispondere, di decidere. Un’eccezione direte voi, tutti abbiamo avuto menti più brillanti di altre nelle nostre aule scolastiche, e invece no, credetemi. Beatrice, Vanessa, Sara, Anna, Valeria, Simone, Elisa, David, Riccardo, e tutti gli altri ragazzi che hanno composto questo meraviglioso gruppo, si sono fatti portavoce di una generazione che sa e che vuole di più da chi è rimasto inerme per troppo tempo.
Sono stati dieci giorni intensi questi di Giffoni Experience, un trionfo di valori che ben si esplicano nei lungometraggi vincitori.
I DON’T WANNA DANCE di Flynn Von Kleist (Olanda) per la categoria +13, dove a trionfare è un giovane ballerino e la sua ricerca della felicità.
E ancora, THE SHORT HISTORY OF THE LONG ROAD di Ani Simon-Kennedy (Usa) la fa da padrone per la categoria +16. Un lungometraggio che ci ricorda che non tutti sono nemici, che fidarsi è ancora possibile, se solo lo si vuole.
A ricordarci, invece, dell’importanza delle proprie scelte, e di quanto fantasia e realtà non siano poi così lontane, ci pensa NINJABABY, vincitore della categoria +18. Tratto dalla graphic novel FALLTEKNIKK di Inga Sætre, racconta della 23enne Rachel e della sua inaspettata gravidanza.
Poiché l’aborto non è più un’opzione, essendo la ragazza al sesto mese di gravidanza, l’adozione resta l’unica risposta. È allora che compare NinjaBaby, un personaggio animato che fa di tutto per rendere la vita quotidiana di Rakel un inferno.
Grazie

Roma Capitale omaggia l’avvocato Claudio Mancini

C’è un tempo per vivere e c’è un tempo per farsi ricordare. L’avvocato Claudio Mancini lo sapeva bene e, forse, sapeva anche che a qualche anno dalla sua scomparsa le sue attività in vita sarebbero state ricordate a livello istituzionale.

Giornalista, avvocato Toga d’Oro, docente. Erede di una lunga e prestigiosa vicenda familiare divisa tra la città di Ceccano e il cuore della Capitale. E anche politico attivo, tra i responsabili del movimento giovanile della Democrazia Cristiana, a livello capitolino, in un’Italia ormai lontana ma che tanto ha saputo fare per mettersi in mostra nel mondo.

Di Claudio Mancini, l’avvocato e prof. Claudio Mancini, si può raccontare da più punti di vista, soffermandoci nella prima parte della sua vita, quella degli anni della formazione a Roma o, attraversando l’esperienza del boom economico, fino alla incisiva opera di ispiratore e principale promotore della nascita dell’ex Istituto tecnico commerciale (oggi ITE) nella sua Ceccano. Solo per citare alcune delle ‘battaglie’ da lui portate avanti con l’obiettivo di lasciare un segno.

L’avvocato Claudio Mancini ci ha lasciato nell’ottobre del 2018 (https://spaziolibero.blog/tag/claudio-mancini/) ma la sua opera va pian piano istituzionalizzandosi, a ragione di un impegno civico che mai lo ha abbandonato nel corso della sua esistenza e che lo ha visto tra i pochi protagonisti di cambiamenti a favore della società ceccanese.

È di questi giorni, infatti, la notizia di una prossima iniziativa che sarà dedicata alla memoria dell’avvocato Claudio Mancini. Il Primo Municipio di Roma Capitale dedicherà il nuovo campo di basket del Liceo Ginnasio Statale Virgilio a ricordo dell’avvocato Mancini, un allievo dalle mille risorse intellettuali e ideatore di tanti spazi culturali (e non solo) diventati pilastri nell’offerta formativa del famoso liceo che ha avuto tra i molti allievi la scrittrice Elsa Morante, il regista premio Oscar Bernardo Bertolucci, il cantautore Francesco De Gregori e il regista Carlo Verdone agli esordi della sua carriera scolastica.

L’avvocato Claudio Mancini al liceo Virgilio ha firmato la direzione de ‘La Fronda’, giornale nel quale con un gruppetto di sfrontati liceali amava raccontare quegli anni di Storia d’Italia. Da qui prese il via la sua grande passione per la scrittura, la poesia e per il giornalismo. Al preside chiese un’aula per riunirsi con gli altri, studiare e confrontarsi, gettando le basi dell’associazione degli ex allievi che ancora oggi esiste.

È sempre degli anni del ‘Virgilio’ la vocazione che lo seguirà anche oltre l’età del Liceo, per lo sport, in particolare la pallacanestro e il baseball. Da universitario continuò a gestire il circolo degli studenti organizzando i campionati in cui militavano la squadre di basket e baseball del Virgilio.

Da cronista raccontò le vicende sportive (nel frattempo era anche diventato corrispondente della cronaca giudiziaria del quotidiano Il Tempo di Roma) e qualche anno dopo, a Ceccano, promosse la nascita di una squadra di baseball, fondata da Pinetto Bonanni, che per molti anni è riuscita a militare nei campionati italiani.

Di quell’esperienza romana Mancini mantenne sempre forti legami e amicizie durate tutta la sua vita e soprattutto la voglia di poter ricreare quell’atmosfera studentesca anche a vantaggio degli studenti della provincia. Fino alla fondazione dell’Istituto tecnico commerciale, la prima scuola superiore che nasceva nella città di Ceccano grazie all’intraprendenza dell’avvocato Claudio Mancini.

Il prossimo settembre una targa intitolata all’avvocato Claudio Mancini sarà scoperta in una cerimonia alla presenza di sua figlia Beatrice; quella targa campeggerà nel cuore di Roma ricordandoci di poterci sentire, come suoi conterranei, un pizzico orgogliosi. 

Betto Tomassi, tra i “Diavoli di Zonderwater”

di Luigi Compagnoni

Il giornalista Federico Buffa a partire dal 4 maggio racconterà su Sky la storia dei Diavoli di Zonderwater .

Buffa racconta le vicende umane di quei giovani italiani rinchiusi in Sudafrica e privati di tutto, che nello sperduto campo di Zonderwater, grazie allo sport, ritrovarono la dignità. Lontani da casa, dagli affetti. Ma anche lontani dalla battaglia. Soldati nel pieno della giovinezza. Un’intera generazione, il maggior numero di prigionieri di guerra italiani, quasi centomila, fra il 1941 e il 1947 si ritrovarono esiliati in Sudafrica, nel campo di Zonderwater, il più popoloso della Seconda Guerra Mondiale. In un paesaggio lunare, arido e bersagliato dai fulmini, come sopravvivere alla fame, alle malattie, alla noia, alla nostalgia del proprio Paese? La soluzione si deve al colonnello Hendrik Fredrik Prinsloo, un capo illuminato, che capì che a quei giovani uomini bisognava restituire una vita normale e scelse lo sport come alleato. Gare di scherma, atletica, ginnastica, incontri di boxe, un campionato di calcio con andata e ritorno e persino prigionieri-star, come Giovanni Vaglietti, del Torino, anima degli invincibili Diavoli Neri. Tra questi, il ceccanese Benedetto Tomassi, conosciuto da tutti come “Betto”, classe 1920. Nel dicembre del 2010 ebbi modo di intervistarlo su quella vicenda, la ripropongo volentieri oggi.

Nel  campo di prigionia di Zonderwater arrivarono dai vari fronti di guerra in Africa anche molti ragazzi ceccanesi. Tra i 252 prigionieri Italiani morti a Zonderwater c’è, ad esempio, anche Giacinto Ferri, nativo della contrada di Colle San Paolo, appartenente al 55° Reggimento Artiglieria “Brescia” fatto prigioniero dagli Inglesi e morto nel campo di prigionia sudafricano il 7 giugno 1942. Di un altro ceccanese che trascorse sei lunghissimi anni nel campo di Zonderwater possiamo farci raccontare da lui stesso la storia. Stiamo parlando di Benedetto Tomassi da tutti conosciuto come “Betto”, classe 1920, fatto prigioniero in Africa settentrionale e tornato in Italia nel 1946. Betto è conosciuto oltre che per l’appassionata militanza politica anche per i suoi trascorsi calcistici come ala destra della squadra del Ceccano nel dopoguerra e fece parte della formazione che il 26 gennaio del 1946  sconfisse il Frosinone in casa per 1 a 0. Partiamo appunto dalla sua passione per il calcio per farci raccontare la sua avventura nel campo di prigionia in Sudafrica  .

Betto ma nel campo di prigionia di Zonderwater si giocava a calcio?

Sì, nel campo esistevano addirittura, se non ricordo male, 14 campi di calcio e si disputavano veri campionati con gironi di andata e ritorno che duravano anche mesi. Alle partite assistevano tanti prigionieri che facevano un tifo incredibile, come si fosse trattato di partite di serie A. A proposito, non ricordo i nomi, ma credo che in alcune squadre di prigionieri militassero giocatori che avevano giocato nei campionati di serie A e B. Ricordo che ci fu anche una partita tra guardie carcerarie e una rappresentativa di prigionieri che finì 10 a 0 per noi con grande disappunto per i Sudafricani.

In effetti a Zonderwater, come si legge in un recente libro di Carlo Annese “I diavoli di Zonderwater”, oltre al calcio, nel campo di prigionia si svolsero con continuità anche altri sport come la scherma, l’atletica leggera e il ciclismo. Per la boxe ci fu un   combattimento tra Gino Verdinelli di Velletri e Giovanni Manca che raccolse circa 20.000 spettatori. Oltre al calcio, Betto, hai praticato altri sport?

No, oltre a giocare a calcio l’unica cosa cui ricordo di aver partecipato nel tempo libero era agli spettacoli teatrali dove si allestivano vere e proprie rappresentazioni in costume, dove davo anche una mano a cucire i vestiti di scena. Quell’esperienza mi è servita perché negli anni della prigionia ho lavorato come sarto e non me la sono passata male. La cosa simpatica negli spettacoli erano i personaggi femminili interpretati dagli stessi prigionieri, in particolare ricordo un Sergente di artiglieria che riscuoteva un successo fenomenale tra noi soldati che non vedevamo una donna da anni!

Ricordi di Giacinto Ferri morto nel giugno del 1942?

Ho un vago ricordo di Giacinto, ma c’erano anche altri soldati di Ceccano. Il campo di prigionia era enorme, quasi una città. Di fatto non ricordo come morì Giacinto anche se debbo dire che l’assistenza sanitaria era buona e c’erano nel campo parecchi ospedali. La maggior parte dei decessi, sembrerà strano, era dovuto ai fulmini che cadevano continuamente sul campo, soprattutto quando ancora era costituito dalle tende. Ricordo di un giovane di Anagni, Antonio Colantoni, che rimase fulminato da una saetta. A proposito di Giacinto, ricordo che aveva dei parenti a Colle San Paolo che negli anni passati ho visitato spesso.

Betto hai conservato qualche foto del tuo periodo di prigionia a Zonderwater?

Purtroppo le foto del periodo della mia prigionia sono andate perse durante una Festa dell’Unità, quando furono utilizzate per un’iniziativa sui ricordi dei reduci di guerra. Sarei molto contento poterne tornare in possesso perché è l’unico ricordo della mia permanenza a Zonderwater.

Betto, un’ultima domanda, perché in tutti questi anni non si è mai parlato delle varie  prigionie dei soldati ceccanesi dispersi in tutto il mondo, dall’India all’Australia, dal Sudafrica all’Inghilterra?

Non lo so. Di fatto appena tornati a Ceccano trovammo una situazione – si può dire- ancora peggiore di quella che avevamo lasciato in prigionia. Il primo impulso fu quello di rimboccarsi le maniche e impegnarsi alla ricostruzione senza più pensare agli aspetti negativi che la prigionia aveva lasciato dentro ognuno di noi.

Anche a Betto, scomparso il primo settembre del 2015, ultimo “diavolo di Zonderwater”  di Ceccano, è dedicata la trasmissione in onda dal 4 maggio realizzata dal giornalista Federico Buffa .

Betto Tomassi il giorno dell’intervista, dicembre 2010
La formazione del Ceccano vincitrice al Matusa contro il Frosinone nel 1946

Bice Mancini, una grande ceccanese

Nella storia di Ceccano si nasconde tanto bene. Esempi di vite caratterizzate da
piene espressioni di generosità e inspiegabilmente rimaste nell’ombra per decenni.
Bice Mancini Fedele, benefattrice del santuario di Santa Maria a Fiume, incarna di
certo una delle figure di spicco quando si parla di opere e vite condotte al servizio
della collettività ceccanese. Da qualche giorno all’interno dell’antica chiesa di Santa
Maria a fiume si scorge un suo ritratto, un dipinto ad olio, donato dalla famiglia della
donna per ricordarne l’importante esempio di Fede e umanità.
La cerimonia che ha accompagnato la donazione del quadro è stata inserita nel
programma delle celebrazioni per il 75esimo anniversario del bombardamento del
santuario – Serata sulle Narrazioni – perché è soprattutto grazie a Bice Mancini Fedele
se oggi migliaia di fedeli (non solo ceccanesi) possono ritrovarsi in preghiera ai piedi
della statua della Madonna del fiume, nella chiesetta lungo le sponde del Sacco.
Ci fu Bice Mancini a capo del comitato che, insieme all’allora parroco don Vincenzo
Misserville (cui è intitolato il piazzale antistante il santuario), in soli 13 anni riuscì a
ricostruire la chiesa di Santa Maria a fiume, proponendo un intervento curato nei
dettagli e che permettesse di donare alla città un edificio identico a quello distrutto
dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale.
Una “manifestazione religiosa e culturale artistica nel ricordo della protagonista
della ricostruzione del nostro santuario” hanno spiegato i promotori dell’evento
nell’introduzione del carteggio curato dalla nipote Beatrice Mancini. Una donna
straordinaria, si direbbe oggi, che agli inizi del ‘900 vantava una laurea e che si era
distinta come interprete e traduttrice. Partecipò, in quest’ultima veste, alla prima
stesura italiana del romanzo “Piccole Donne” di Louisa May Alcott. Una donna di cultura che avrebbe potuto condurre una vita agiata e che, invece, decise di mettersi a disposizione del suo popolo promuovendo la ricostruzione del santuario e diventando esempio di Fede e devozione per la Vergine del fiume.
Come presidentessa dell’Azione Cattolica di Ceccano e Giuliano di Roma riuscì a
convincere tutti, vescovi e fedeli, della necessità di impegnarsi nella ricostruzione
del santuario. Lo testimoniano le parole di quanti in quegli anni ebbero modo di
avvicinarsi alla sua figura, affascinante e carismatica come solo quelle elette
riescono ad essere. Commoventi i profili emersi dai ricordi di Tommaso Bartoli, di
Giovanna Di Pofi e Severino Colapietro che ne hanno raccontato la grande bontà
d’animo e la profonda Fede cattolica.
Alla presenza delle autorità, in prima fila il parroco Padre Antonio Mannara e
l’assessore alla Cultura Stefano Gizzi, la serata ha permesso ai tanti intervenuti di
conoscere e apprezzare quanto di eccezionale sia riuscita a fare nei terribili anni del
dopoguerra Bice Mancini, attraverso la lettura di documenti originali tratti dalla
corrispondenza tra la ‘nobildonna’ e i vescovi mons. Leonetti e mons. Caminada, la
narrazione delle testimonianze dirette e i cenni storici. In un’atmosfera arricchita dal
violino del M° Daniel Myskiv, hanno partecipato all’iniziativa Giovanni Misseritti
(anche come collaboratore nella stesura dei testi), Alberta De Angelis, Valeria Bruni e Andrea Selvini, mentre le poesie della raccolta ‘Canti a Maria’ sono state
interpretate dall’attrice Anna Mingarelli. Qualche anno fa la pubblicazione delle
poesie scritte da Bice Fedele era stato un primo tentativo di omaggio alla
benefattrice di Santa Maria da parte del figlio, l’avvocato Claudio Mancini.
Nei ringraziamenti di padre Antonio “per l’importante e significativa opera svolta
dalla signora Bice a favore della comunità ceccanese tutta per il ripristino del nostro
santuario” e nel ritratto dell’assessore Gizzi “pensiamo a quanto possa essere stato
importante promuovere un impegno di vera Fede in un momento storico come
quello post bellico” il plauso ad un’iniziativa che la città di Ceccano doveva all’illustre
concittadina dopo anni di colpevole ritardo.

Atto Primo da… favola!

E’ tutto maledettamente vero. Stramaledettamente. Come uno schiaffo che ti arriva in faccia all’improvviso. E potremmo continuare all’infinito a scegliere metafore, paralleli, verbi, aggettivi, sinonimi e contrari, per descrivere l’ingegneristica maestria con cui Sara Silvestri e le Atto Primo, ancora una volta, sono riuscite a mettere in scena sul palco quello che tutti i giorni viviamo dentro. Senza riuscire a dire tutto dello spettacolo Non ci sarà più un’altra volta che ha chiuso la stagione teatrale all’Antares di Ceccano. Un ironico – ma anche amaro – lavoro di taglia e cuci sugli stereotipi che la società moderna è riuscita a costruire con le favole, le più belle, quelle a cui siamo e resteremo sempre legati. Attualizzare oggi quei ruoli – quello di indifese creature salavate dal protettivo cavaliere – sembra quasi un paradosso e Sara Silvestri è riuscita concentrando tutto sul quel dualismo che oggi – e per fortuna! – ci sta un po’ troppo scomodo. Perché, diciamocelo senza problemi, quel principe azzurro quanto lo abbiamo amato, desiderato, osannato e adorato… Quanto? Al punto da non riuscire a far altro che odiarlo per tutte le volte che, alla fine, non è riuscito a farci felici, ad adorarci e osannarci? Sara ci è riuscita a metterlo in un angolo, a tenerlo quasi due ore in silenzio mentre sfilavano Biancaneve, Cenerentola, la Bella Addormentata e quell’esagitata di Cappuccetto Rosso. Sara ci ha un po’ vendicato tutte, magari senza riuscirci completamente, perché lo ha costretto ad ascoltarci, come vorremmo averlo fatto almeno una volta nella vita. Della serie: ora ti siedi e mi ascolti! E da lì un fiume in piena. Con l’energia, l’animosità, l’incoerenza, in certi istanti, che solo le donne riescono a tirare fuori. Certo, alla fine ha vinto ancora lui, quell’antipatico del principe azzurro che continueremo a cercare nei secoli dei secoli. Ecco, Sara ci ha lasciato un paio di ore a riflettere, spezzando gli intermezzi con le faccende, con gli omaggi alla città, la sua città, che dimostra di amare e che lei sola riesce a raccontare così bene! Anche se proiettata nel fantastico mondo delle favole. Anche se alla fine non riusciremo a liberarci mai di quello str… del principe azzurro!

Di più non diremo dello spettacolo Non ci sarà più un’altra volta firmato e diretto da Sara Silvestri (giudice del tribunale delle favole), messo in scena sul palco dell’Antares con le Atto Primo Giovanna Casalese (Biancaneve), Manuela Casalese (Cappuccetto Rosso), Melissa Del Brocco (Bella Addormentata), Nicla Langiu (Cenerentola); con il principe azzurro Fabrizio Tanzini; e anche con il dietro le quinte assicurato da Eleonora De Angelis e Chiara Carlini. Non diremo perché quanti l’avessero perso e quanti volessero rivederlo avranno un’altra volta (questa sì) per poter ridere del modo di essere donne e uomini oggi, nella replica estiva che ci sarà a Castel Sindici.

Ceccano è bella! Ceccano è viva!

La Ceccano che amo è quella che una domenica di fine marzo mi ha emozionato in un inatteso concerto nel santuario di Santa Maria a Fiume. E’ stato facile accogliere l’invito di Donatella e Daniela perché il ricordo di Cesarina, la loro mamma scomparsa all’improvviso dieci anni fa, lo porto nel cuore come i tanti, tantissimi, che ne hanno conosciuto la profonda dolcezza e la purezza d’animo. Mentre entravo in chiesa ho iniziato a riflettere su queste due splendide future mamme (“sorelle da cui puoi aspettarti di tutto” ripete spesso il marito di Donatella, Alessandro) che si sono dimostrate il miglior lascito di Cesarina su questo mondo. Insieme le sorelle Aversa hanno pensato, studiato, promosso e coordinato un pomeriggio che ha allontanato dal dolore, accompagnando il pubblico in un meraviglioso viaggio tra musica, poesia, Fede e tanto Amore. “Durante questo concerto faremo un viaggio nelle emozioni diviso in tre parti: cominceremo riflettendo sul passato, sui ricordi, sull’amore; la seconda parte riguarderà invece la fiducia, la Fede in Dio e l’ultima parte parlerà della Vita, di quanto sia unica e preziosa e di quanto sia importante lottare sempre e non arrendersi mai.” L’hanno spiegato così, semplicemente, eppure quello che ne è venuto fuori ha spiazzato per l’eccezionale bellezza. Grazie alla collaborazione di professionisti e soprattutto “amici veri” che hanno scelto di appoggiare Donatella e Daniela “senza pensarci su due volte” – Stefano Giovannone, Fabrizio Belli, Daniela Lecce, Ilenia Bartolomucci, Francesco Mattacchione, Romeo Recchia e Cinzia Cristofanilli che ha prestato la sua voce -; grazie al sostegno che mai è mancato negli anni dal provinciale dei Padri Passionisti, padre Antonio Mannara, l’atmosfera in chiesa è diventata magia pura sulle note di Playing love (Ennio Morricone), Merry Christmas Mr. Lawrence (Ryuichi Sakamoto), Yesterday (Beatles), Wish you were here (Pink Floyd) e Sweet child o’ mine (Guns N’ Roses).

cesarina

Poi il ‘Messaggio di tenerezza’
Questa notte ho sognato che camminavo sulla sabbia accompagnato dal Signore,
e sullo schermo della notte rivedevo tutti i giorni della mia vita.
Per ogni giorno della vita passata,
apparivano sulla sabbia due orme: una mia e una del Signore.
Ma in alcuni tratti vedevo una sola orma
che coincideva con i giorni più difficili:
i giorni di maggior angustia, di maggior paura e di maggior dolore.
Allora ho detto: “Signore,
Tu avevi promesso che saresti stato con me, sempre,
e io ho accettato di vivere con te.
Allora perché mi hai lasciato solo
proprio nei momenti più difficili?”.
E lui mi ha risposto: “Figlio mio,
tu lo sai che io ti amo e non ti ho abbandonato mai:
i giorni in cui hai visto solo un’orma sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio.

“Questo ‘Messaggio di Tenerezza’ era incorniciato e appeso su una parete della nostra casa. Un messaggio a cui Cesarina era molto legata, che parla di fiducia, di Amore e della Fede in Dio che è stata una parte fondamentale e molto importante della sua vita”.

Per arrivare al cielo, alle stelle, al Paradiso “da dove i nostri cari ci guidano e ci seguono”, Starlight (Muse), Nuovo Cinema Paradiso (Ennio Morricone), Counting stars (One Republic) e Starway to Heaven (Led Zeppelin).
Nel finale un inno alla vita: “Amate la vita, nonostante le brutte sorprese che può riservarci, è unica, è la sola che abbiamo e va vissuta al meglio. Dobbiamo vivere il doppio, anche per chi ci ha lasciato. Cesarina aveva riposto nel portafoglio un ritaglio di giornale che riportava un messaggio di Madre Teresa di Calcutta. Lo abbiamo trovato dopo la sua scomparsa e lo portiamo sempre nel cuore e stasera lo lasciamo a tutti voi a nome suo:

VIVI LA VITA
La vita è un’opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è una ricchezza, conservala.
La vita è amore, godine.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, accettala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è felicità, meritala.
La vita è la vita, difendila.

Tra le note di New born (Muse), Don’t stop me now (Queen) e Viva la vida (Coldplay) l’introduzione alla parte più bella, quella dedicata alle mamme, le mamme come Cesarina, le mamme come Donatella e Daniela:

“La donna, quando partorisce, è nel dolore perché è venuta la sua ora: ma, quando ha dato alla luce il suo bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi ora siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia.”
Questa è la frase che abbiamo scelto 10 anni fa per il ricordino di Cesarina – hanno ricordato le sorelle Aversa – e mai come ora per noi è così importante visto che tra pochissimo diventeremo mamme. L’ultimo brano lo dedichiamo appunto a tutte le mamme: She (Aznavour). Nell’esecuzione si unirà a noi Cinzia Cristofanilli che canterà il testo della bellissima cover interpretata da Laura Pausini dal titolo ‘Uguale a lei’, una canzone che ognuno di noi questa sera può dedicare alla propria mamma, riflettendo sul grande valore di queste donne che ci amano incondizionatamente e ci guidano e ci sostengono fino al loro ultimo respiro. Grazie mamma.

Ci vuole coraggio per ritrovarsi a raccontare la propria mamma che non c’è più, ci vuole forza a raccogliere le parole preziose che raccontano i gesti quotidiani di una mamma che continua ad esserci attraverso quelle che molti, con superficialità, continuiamo a chiamare ‘coincidenze’. Donatella e Daniela – sostenute dal loro papà Mario e dai mariti Alessandro Urbani e Alessandro Moscato – hanno chiesto aiuto alla musica e il risultato che ne è venuto fuori è sbalorditivo. In un arco di tempo che è sembrato davvero troppo breve, interrotto solo dagli applausi andati avanti per ogni esecuzione e nel finale per diversi minuti, tutto ha fatto pensare al bello. Sono Donatella e Daniela il bello. E ancora di più lo sono le creature che portano in grembo e che avranno modo di sentirsi orgogliose di aver avuto una nonna tanto speciale.

Torna Angelino Stella con I Divoratori del Presente

Uscirà a breve in tutte le librerie il secondo volume de “I divoratori del Presente – Gli untori del domani”, dal titolo “Un amico interstellare”. A distanza di 8 anni dal primo romanzo, Angelino Stella torna a percorrere la strada che lo ha contraddistinto sia durante la sua attività politica che durante quella letteraria. Una lotta per la difesa del territorio, sempre più bullizzato e martirizzato da politici, imprenditori, curie, lobby, gente comune, tutti dediti alla ricerca del profitto immediato a svantaggio delle future generazioni. Torna a parlare delle battaglie di una vita in un libro che è al tempo stesso romanzo, saggio, raccolta di poesie e di pensieri filosofici. Un’immersione vera nel mondo controcorrente di un combattente vero, che per portare avanti le proprie battaglie ambientali ha spesso messo da parte gli interessi personali e politici, finendo, solo apparentemente oggi, in un angolo. In questo spazio che per molti sarebbe potuto apparire ristretto, ha prodotto quest’opera impegnativa, complessa ma appassionata, in cui ci ricorda in ogni passaggio che la nostra vita, e quella delle future generazioni, passa attraverso le nostre azioni quotidiane. Il libro sarà presentato nel mese di giugno, tutti i dettagli saranno forniti a breve.

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Sesso, il punto di vista che nessuno vuole sentire

Noi non siamo dei demoni tentatori, delle streghe o delle puttane.
Il nostro corpo non è volgare, non va coperto.
Il piacere sessuale non è peccato.
L’orgasmo non è, e non deve essere, un’esclusiva maschile.
Darsi piacere non è una pratica necessaria per gli uomini e sconveniente per le
donne.
È libertà, esplorazione, conoscenza di se stesse, e non bisogna vergognarsene.
È proprio la vergogna, un sentimento troppo diffuso nelle donne, a trasformarsi
in una morsa così stretta da non farci più respirare.
Ci incatena e umilia.
Con quella vergogna ci hanno marchiate a fuoco.
Ora bisogna che la grattiamo via.
Non deve appartenerci.
Noi non siamo Eva nata dalla costola di Adamo.
Noi siamo Lilith, nata con lui dalla terra.
Siamo la donna che non volle sottomettersi all’uomo.

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I consigli de Il Vortice: L’Amica Geniale

Esordio in televisione, la miniserie tratta dal romanzo “L’amica geniale” di Elena Ferrante(dal titolo omonimo).

Un piccolo preambolo: non amo molto le opere tratte da romanzi cui un autore non appone il proprio nome, ed essendo la serie tratte da uno di essi, dovrebbe conseguirne una recensione negativa(perché ripreso dal romanzo di Elena Ferrante, uno pseudonimo di un’ignota autrice). Dovrebbe, se seguisse un’ottica estremamente personale ma come da titolo è il consiglio del “Vortice”, motivo per cui l’ottica è oggettiva, il più possibile distaccata dai miei gusti personali, potrei poi specificare i motivi per cui non nutro molta fiducia nei romanzi anonimi ma finirei per occupare troppo spazio, sarà magari argomento di un prossimo articolo.

L’AMICA GENIALE

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Prima di procedere alla serie, delle informazioni in merito al regista a capo della serie: Saverio Costanzo(figlio di Maurizio Costanzo e Flaminia Morandi).

Questi ha all’attivo quattro film, di cui l’ultimo del 2014, riceve al Festival di Venezia due Coppe Volpi per l’interpretazione di Alba Rohrwacher e di Adam Driver nel film Hungry Hearts.

Come il precedente film, “La solitudine dei numeri primi”(da cui riprende l’attrice Alba Rowrcher), “Hungry Hearts” propone sempre una storia di individui alienati dalla società e permeati dalla solitudine.

Tema che si sposa perfettamente con la serie in esame.

Sul piano televisivo, Saverio Costanzo non è totalmente alieno perché già per Sky aveva realizzato il remake della serie statunitense dal titolo omonimo “In treatment”, a sua volta remake di quella israeliana “Be tipul”; con Sergio Castellitto.

La serie in onda su Rai uno, ogni martedì, partita il 27 novembre, narra la storia di amicizia di due bambine, Elena Greco e Raffaella Cerullo negli anni ’50.

La ricostruzione degli ambienti e la fotografia è estremamente accurata, permettendo di vivere a pieno l’atmosfera in cui vivono i personaggi. Anche l’abile uso delle ombre è efficace per trasmettere sia i vari momenti cupi che drammatici che permeano la serie.

Sul fronte dell’interpretazione(avendo del resto visto i soli due episodi) non si può che rimanere soddisfatti della scelta delle due attrici bambine, non note perché dilettanti(scelta non tanto del regista ma della misteriosa Elena Ferrante, per la seguente motivazione “I bambini attori raccontano i bambini come gli adulti immaginano che dovrebbero essere. Invece i bambini che non sono attori hanno più possibilità di uscire dagli stereotipi, specialmente se il regista è in grado di trovare il giusto equilibrio tra realtà e finzione.” [tvserial.it, comunicato stampa TimVision] )  che sono ben in sintonia l’una con l’altra.

Non pesante l’uso del dialetto che ben si sposa con le atmosfere; soffermandoci sulla sceneggiatura ad emergere il tema della solitudine(che accomuna questo sceneggiato a film come “La solitudine dei numeri primi” e “Hungry Hearts”) e la rivalsa dalla società in cui le bambine vivono, maschilista e fortemente imperniata sull’utilitarismo aliena ai sogni delle protagoniste.

Oltre questo, la sceneggiatura non costruisce nulla di particolarmente innovativo, ma è un leggero contro, a favore la buona regia che non soffoca minimamente l’espressività dei vari interpreti, incluse le bambine, perché sceglie di soffermarsi molto sui volti.

Concludendo, è impossibile formulare un giudizio complessivo sulla serie avendo visto solo due puntate ma esse sono in grado di mostrare le buone potenzialità della regia, fotografia e anche della colonna sonora di Max Ritcher(compositore tedesco autore tra l’altro di serie quali Black Mirror, nello specifico il primo episodio della terza stagione e di Taboo, con protagonista Tom Hardy rinnovata per una seconda stagione) che fanno sì che lo spettatore segua senza annoiarsi mai le varie vicende, portandolo in un crescendo di emozioni; se la qualità rimane questa o se meglio ancora aumenta, ci troviamo davanti un notevole prodotto Rai.

RICCARDO GABRIELE