Betto Tomassi, tra i “Diavoli di Zonderwater”

di Luigi Compagnoni

Il giornalista Federico Buffa a partire dal 4 maggio racconterà su Sky la storia dei Diavoli di Zonderwater .

Buffa racconta le vicende umane di quei giovani italiani rinchiusi in Sudafrica e privati di tutto, che nello sperduto campo di Zonderwater, grazie allo sport, ritrovarono la dignità. Lontani da casa, dagli affetti. Ma anche lontani dalla battaglia. Soldati nel pieno della giovinezza. Un’intera generazione, il maggior numero di prigionieri di guerra italiani, quasi centomila, fra il 1941 e il 1947 si ritrovarono esiliati in Sudafrica, nel campo di Zonderwater, il più popoloso della Seconda Guerra Mondiale. In un paesaggio lunare, arido e bersagliato dai fulmini, come sopravvivere alla fame, alle malattie, alla noia, alla nostalgia del proprio Paese? La soluzione si deve al colonnello Hendrik Fredrik Prinsloo, un capo illuminato, che capì che a quei giovani uomini bisognava restituire una vita normale e scelse lo sport come alleato. Gare di scherma, atletica, ginnastica, incontri di boxe, un campionato di calcio con andata e ritorno e persino prigionieri-star, come Giovanni Vaglietti, del Torino, anima degli invincibili Diavoli Neri. Tra questi, il ceccanese Benedetto Tomassi, conosciuto da tutti come “Betto”, classe 1920. Nel dicembre del 2010 ebbi modo di intervistarlo su quella vicenda, la ripropongo volentieri oggi.

Nel  campo di prigionia di Zonderwater arrivarono dai vari fronti di guerra in Africa anche molti ragazzi ceccanesi. Tra i 252 prigionieri Italiani morti a Zonderwater c’è, ad esempio, anche Giacinto Ferri, nativo della contrada di Colle San Paolo, appartenente al 55° Reggimento Artiglieria “Brescia” fatto prigioniero dagli Inglesi e morto nel campo di prigionia sudafricano il 7 giugno 1942. Di un altro ceccanese che trascorse sei lunghissimi anni nel campo di Zonderwater possiamo farci raccontare da lui stesso la storia. Stiamo parlando di Benedetto Tomassi da tutti conosciuto come “Betto”, classe 1920, fatto prigioniero in Africa settentrionale e tornato in Italia nel 1946. Betto è conosciuto oltre che per l’appassionata militanza politica anche per i suoi trascorsi calcistici come ala destra della squadra del Ceccano nel dopoguerra e fece parte della formazione che il 26 gennaio del 1946  sconfisse il Frosinone in casa per 1 a 0. Partiamo appunto dalla sua passione per il calcio per farci raccontare la sua avventura nel campo di prigionia in Sudafrica  .

Betto ma nel campo di prigionia di Zonderwater si giocava a calcio?

Sì, nel campo esistevano addirittura, se non ricordo male, 14 campi di calcio e si disputavano veri campionati con gironi di andata e ritorno che duravano anche mesi. Alle partite assistevano tanti prigionieri che facevano un tifo incredibile, come si fosse trattato di partite di serie A. A proposito, non ricordo i nomi, ma credo che in alcune squadre di prigionieri militassero giocatori che avevano giocato nei campionati di serie A e B. Ricordo che ci fu anche una partita tra guardie carcerarie e una rappresentativa di prigionieri che finì 10 a 0 per noi con grande disappunto per i Sudafricani.

In effetti a Zonderwater, come si legge in un recente libro di Carlo Annese “I diavoli di Zonderwater”, oltre al calcio, nel campo di prigionia si svolsero con continuità anche altri sport come la scherma, l’atletica leggera e il ciclismo. Per la boxe ci fu un   combattimento tra Gino Verdinelli di Velletri e Giovanni Manca che raccolse circa 20.000 spettatori. Oltre al calcio, Betto, hai praticato altri sport?

No, oltre a giocare a calcio l’unica cosa cui ricordo di aver partecipato nel tempo libero era agli spettacoli teatrali dove si allestivano vere e proprie rappresentazioni in costume, dove davo anche una mano a cucire i vestiti di scena. Quell’esperienza mi è servita perché negli anni della prigionia ho lavorato come sarto e non me la sono passata male. La cosa simpatica negli spettacoli erano i personaggi femminili interpretati dagli stessi prigionieri, in particolare ricordo un Sergente di artiglieria che riscuoteva un successo fenomenale tra noi soldati che non vedevamo una donna da anni!

Ricordi di Giacinto Ferri morto nel giugno del 1942?

Ho un vago ricordo di Giacinto, ma c’erano anche altri soldati di Ceccano. Il campo di prigionia era enorme, quasi una città. Di fatto non ricordo come morì Giacinto anche se debbo dire che l’assistenza sanitaria era buona e c’erano nel campo parecchi ospedali. La maggior parte dei decessi, sembrerà strano, era dovuto ai fulmini che cadevano continuamente sul campo, soprattutto quando ancora era costituito dalle tende. Ricordo di un giovane di Anagni, Antonio Colantoni, che rimase fulminato da una saetta. A proposito di Giacinto, ricordo che aveva dei parenti a Colle San Paolo che negli anni passati ho visitato spesso.

Betto hai conservato qualche foto del tuo periodo di prigionia a Zonderwater?

Purtroppo le foto del periodo della mia prigionia sono andate perse durante una Festa dell’Unità, quando furono utilizzate per un’iniziativa sui ricordi dei reduci di guerra. Sarei molto contento poterne tornare in possesso perché è l’unico ricordo della mia permanenza a Zonderwater.

Betto, un’ultima domanda, perché in tutti questi anni non si è mai parlato delle varie  prigionie dei soldati ceccanesi dispersi in tutto il mondo, dall’India all’Australia, dal Sudafrica all’Inghilterra?

Non lo so. Di fatto appena tornati a Ceccano trovammo una situazione – si può dire- ancora peggiore di quella che avevamo lasciato in prigionia. Il primo impulso fu quello di rimboccarsi le maniche e impegnarsi alla ricostruzione senza più pensare agli aspetti negativi che la prigionia aveva lasciato dentro ognuno di noi.

Anche a Betto, scomparso il primo settembre del 2015, ultimo “diavolo di Zonderwater”  di Ceccano, è dedicata la trasmissione in onda dal 4 maggio realizzata dal giornalista Federico Buffa .

Betto Tomassi il giorno dell’intervista, dicembre 2010
La formazione del Ceccano vincitrice al Matusa contro il Frosinone nel 1946

Sesso, il punto di vista che nessuno vuole sentire

Noi non siamo dei demoni tentatori, delle streghe o delle puttane.
Il nostro corpo non è volgare, non va coperto.
Il piacere sessuale non è peccato.
L’orgasmo non è, e non deve essere, un’esclusiva maschile.
Darsi piacere non è una pratica necessaria per gli uomini e sconveniente per le
donne.
È libertà, esplorazione, conoscenza di se stesse, e non bisogna vergognarsene.
È proprio la vergogna, un sentimento troppo diffuso nelle donne, a trasformarsi
in una morsa così stretta da non farci più respirare.
Ci incatena e umilia.
Con quella vergogna ci hanno marchiate a fuoco.
Ora bisogna che la grattiamo via.
Non deve appartenerci.
Noi non siamo Eva nata dalla costola di Adamo.
Noi siamo Lilith, nata con lui dalla terra.
Siamo la donna che non volle sottomettersi all’uomo.

ItWasNeverADress

Visti a Venezia: Capri-Revolution

Capri-Revolution, terzo capitolo della trilogia sull’Italia di Mario Martone, in Concorso a Venezia 75. La protagonista è Lucia (la brava Marianna Fontana) giovane capraia che si ribella al mondo contadino e patriarcale in cui vive avvicinandosi pian piano alla comunità di artisti presente nell’isola. L’ispirazione proviene dalla comunità realmente fondata dal pittore Karl Willhelm Diefenbach all’inizio del Novecento, i cui temi vengono liberamente ampliati fino alla poetica ecologista di Beuys. Nel film la vicenda è ambientata poco più avanti, nel 1914, alla vigilia della prima guerra mondiale. La rivoluzione della giovane capraia inizia dall’incontro con il pittore Seybu (Reinout Scholten Van Aschat) guida del collettivo pacifista di artisti nordeuropei. Attratta dalle danze naturiste sotto il sole splendente o la luna piena, diventa parte della comunità e con loro impara a leggere. La sua storia si intreccia anche con quella del giovane medico (Antonio Folletto) amante della scienza e fermo sostenitore di una politica interventista. Tra lo spiritualismo del pittore e il materialismo del medico, la rivoluzione del titolo nelle mani di Lucia diventa scelta di libertà.

Roberta Fiaschetti

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Visti a Venezia: Vox Lux

Vox Lux in concorso a Venezia 75 di Brady Corbet al suo secondo lungometraggio. La strana convivenza dell’ansia sociale e lo star system. Prologo e due atti, 1999, 2001 e 2017, che accompagnano l’ascesa al successo della cantante pop Celeste (da adolescente interpretata da Raffey Cassady, da trentenne da Natalie Portman). Di Willem Dafoe è la voce narrante che è lí per contestualizzare cronologicamente e narrativamente gli eventi. Appena quattordicenne Celeste vive la tragedia, l’incursione di un giovane disturbato a scuola che ha massacrato metà della classe e lasciato lei gravemente ferita. Grazie all’aiuto della sorella (Stacey Martin) inizia una nuova vita da cantante. Dopo aver visto in tv la sua esibizione durante il funerale delle vittime l’agente (Jude Law) la lancia nel mondo della pop music. Con un montaggio frenetico e poco empatico seguiamo i tre in Europa ad incidere canzoni di successo. Lo showbiz si accorge di lei e la fagocita. Il rapporto amoroso tra il suo agente e la sorella la fa sentire sola ed ingannata. Ma Celeste cambia davvero quando l’attentato lo subisce l’America tutta, L ’11 Settembre 2001. Perde la fede in Dio e i valori da brava ragazza. Nella seconda parte (stavolta è Natalie Portman-Cigno Nero ad interpretare la protagonista) è una star nevrotica e alcolizzata che non riesce a gestire nessun tipo di rapporto umano, tantomeno quello con la figlia adolescente (ancora Raffey Cassady). Quello che rimane della giovane sconvolta dagli eventi sono solo i tic dei movimenti del collo. Un altro attentato entra nella vita di Celeste. Solo sul palco, durante l’esibizione, ogni gesto, ogni parola sono quelli giusti è perché Celeste ha stretto un patto con il diavolo “1 for the Money, 2 for the Show”. Uno show tutto glitterato che risulta, però, troppo parodistico. Vox Lux mette esplicitamente in parallelo la perdita degli ideali e dei valori di una adolescente con quella di una intera nazione, il tutto avvolto da una cupa inquietudine.

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: Acusada

In Concorso a Venezia 75, Acusada di Gonzalo Tobal un modesto dramma giudiziario. La vita della giovane Dolores Dreier (Lali Esposito) è sconvolta dalla morte della sua amica Camila, avvenuta due anni prima. Dopo una festa, la giovane viene assassinata e l’unica ad essere sospettata è Dolores. Durante le indagini si viene a scoprire che qualche settimana prima dell’omicidio Cami aveva reso pubblico un video porno di Dolores, ed ecco il possibile movente. Si crea per il caso un circo mediatico di notevoli dimensioni. I genitori e il gelido avvocato controllano ogni parte della vita dell’ acusada. A pochi giorni dal verdetto Dolores è completamente isolata, non può più uscire di casa senza che i giornalisti la assaltino, non le è permesso neppure di navigare in internet. Problematiche giovanili, sciacallaggio mediatico, il complicato rapporto padre-figlia, c’è tutto, ma niente viene approfondito e ogni cosa è sfiorata appena. Dolores (perennemente con l’espressione irritata) è esasperata al punto da sbattere la testa al muro, letteralmente. La luce non cambia mai, un po’ come nell’ironico set di Boris. l’impressione che lascia è proprio che si tratti di un film televisivo. Probabilmente la nostra Franca Leosini ci avrebbe guidato meglio dentro questa “storia maledetta”. Il mistero più grande resta come faccia ad essere in concorso a Venezia.

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: La profezia dell’armadillo

La profezia dell’Armadillo in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia 75 e al Cinema dal 13 Settembre tratto dal fumetto best seller di ZeroCalcare. Alla regia Emanuele Scaringi al suo secondo lungometraggio. Prodotto da Domenico Procacci che ha creduto anche nell’altro film “a fumetti” di Venezia quello del fumettista GiPi “Il Ragazzo più Felice del Mondo”.
Zero ( Simone Liberati) attraversa Il limbo dei trentenni di oggi, a Rebibbia, tra fossili mastodontici e centri sociali occupati. Discute ogni giorno con l’immaginario armadillo gigante suo consigliere prediletto, interpretato da Valerio Aprea. Creando cosí un divertente commento interno alla storia. A turbare la quotidianità nella periferia romana è la notizia improvvisa della perdita dell’amica Camille, amore d’infanzia mai dichiarato. Zero stavolta si spinge fino al centro di Roma, in compagnia dell’amico Secco (Pietro Castellitto) in un giro notturno della Capitale simpatico omaggio a Vacanze Romane. Molti i personaggi noti, al cinema e non, Adriano Panatta interpreta se stesso in un divertente sketch in aeroporto, Claudia Pandolfi è la madre di Blanka il ragazzino che Zero aiuta con i compiti e Kasia Smutniak la bellissima spazzina. I tempi comici ci sono, i riferimenti politici al G8 e alla Tav anche, scatena più volte la risata e la trama si svela profonda.Però ci si chiede se non sia passato un po’ troppo dalla prima edizione de “La profezia dell’Armadillo” (è del 2011). forse la profezia era di un momento già passato?

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: At Eternity’s Gate

In concorso a Venezia 75 At Eternity’s Gate, film che rivela l’animo di Van Gogh. Cosa vuol dire essere un artista lo spiega Julian Schnabel, lui stesso pittore, regista del film. Ispirato dai dipinti di Vincent Van Gogh, interpretato magistralmente da Willem Dafoe, attraversa la sua opera con lo stesso sguardo del pittore olandese e delle persone a lui più vicine come l’amato fratello Theo (Rupert Friend) o l’amico Paul Gauguin (il Poe Dameron di Star Wars Oscar Isaac). I movimenti di macchina conducono lo spettatore nella bellezza della natura e di quei dipinti che la ritraggono, solo posteriormente riconosciuti come arte pura. Il film scava negli eventi interiori che portano all’urgenza della pittura, tra la più buia alienazione e la lucida consapevolezza dell’arte e, dunque, della vita. Pur non essendo una biografia vera e propria trasmette il vero essere di Van Gogh, la sua realtà. Le pennellate cariche di tinte date con violenza insieme alle inquadrature sfocate e accuratamente mosse incarnano la sua poetica. Un film per chi sente ancora la necessità della Bellezza.

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: The Sisters Brothers

The Sisters Brothers, di Jacques Audiard, in concorso a Venezia75. Di nuovo un western, dopo i 6 episodi di The Ballad of Buster Scruggs dei Coen. Il racconto di frontiera viene reintegrato (dopo la celebrazione di The Hateful Eight di Tarantino, certamente). Stavolta si tratta di un western di viaggio, girato da un autore francese. I due cowboy killer, i fratelli Eli (John C. Reilly) e Charlie Sisters (Joaquin Phoenix) sono al soldo del Commodoro. Sono due killer dal sangue freddo ma si beccano come due fratellini dodicenni. Charlie è lo scapestrato con manie di potere che beve whiskey fino a svenire, Eli, il più assennato, gira con uno scialle rosso che annusa romanticamente prima di dormire, è stanco di fare quella vita e acquista un primordiale spazzolino da denti e dentifricio con tanto di istruzioni per l’uso. Danno la caccia ad un’altra coppia, quella formata dal detective (Jake Gillenhall) che cita Thoreau e il chimico utopista che sogna una civiltà egualitaria a Dallas (Riz Ahmed) e ama la scienza. Interesse che lo ha portato a scoprire la formula di una sostanza che, disciolta nell’acqua, fa brillare le agognate pepite d’oro.
La corsa all’oro sconvolge le identità dei protagonisti, il loro precario equilibrio crolla con la punizione che arriva feroce e puntuale. E alla fine non resta che tornare a quello che erano, “reinfetarsi”in un bagno caldo o in un letto appena rifatto. Audiard, si basa sul romanzo di Patrick Dewitt, ma con un tono umoristico formidabile. Scene spassose si alternano a scontri a fuoco cruenti, la battuta si nasconde potenzialmente in ogni scena. Con una magnifica colonna sonora, The Sisters Brothers è un film sull’amore fraterno e sui sogni che siano di utopie irrealizzabili o di reale semplicità.

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: Tel Aviv on Fire

In concorso nella sezione Orizzonti a Venezia 75, Tel Aviv On Fire. Film diretto dal regista palestinese Sameh Zoabi, racconta della vita non facile dei palestinesi oggi e lo fa con un sense of humour sofisticato e coinvolgente. Il protagonista Salam ( Kais Nashif) viene assunto come consulente per i dialoghi di “Tel Aviv On Fire” soap opera antisionista di spionaggio ambientata durante la Guerra dei Sei Giorni. Salam, costretto a spostarsi tra Gerusalemme e Ramallah dove sono gli studi televisivi, deve sottoporsi ai controlli dei posti di blocco e lì incontra il comandante israeliano Assi (Yaniv Biton), la cui moglie è una fan accanita della serie. Assi si appassiona a tal punto da intervenire nella scrittura degli episodi. Tra i due nasce un sodalizio artistico che porta Salam a diventare unico sceneggiatore della serie.
attraverso un esilarante gioco di intrecci tra trama principale e quella della fiction televisiva il doloroso passato riemerge. passato che in nessun modo si può dimenticare. Il film mostra dai diversi punti di vista, quello del giovane palestinese e quello del soldato israeliano, ciò che accade oggi in Cisgiordania e la possibilità di una convivenza pacifica.
“ Da cosa si capisce che due persone si amano? Dal fatto che si ascoltano l’un l’altra”, dice l’israeliano a Samal durante la stesura delle scene, è qui che va ricercato il messaggio di questa commedia intelligente.

Roberta Fiaschetti