Roma Capitale omaggia l’avvocato Claudio Mancini

C’è un tempo per vivere e c’è un tempo per farsi ricordare. L’avvocato Claudio Mancini lo sapeva bene e, forse, sapeva anche che a qualche anno dalla sua scomparsa le sue attività in vita sarebbero state ricordate a livello istituzionale.

Giornalista, avvocato Toga d’Oro, docente. Erede di una lunga e prestigiosa vicenda familiare divisa tra la città di Ceccano e il cuore della Capitale. E anche politico attivo, tra i responsabili del movimento giovanile della Democrazia Cristiana, a livello capitolino, in un’Italia ormai lontana ma che tanto ha saputo fare per mettersi in mostra nel mondo.

Di Claudio Mancini, l’avvocato e prof. Claudio Mancini, si può raccontare da più punti di vista, soffermandoci nella prima parte della sua vita, quella degli anni della formazione a Roma o, attraversando l’esperienza del boom economico, fino alla incisiva opera di ispiratore e principale promotore della nascita dell’ex Istituto tecnico commerciale (oggi ITE) nella sua Ceccano. Solo per citare alcune delle ‘battaglie’ da lui portate avanti con l’obiettivo di lasciare un segno.

L’avvocato Claudio Mancini ci ha lasciato nell’ottobre del 2018 (https://spaziolibero.blog/tag/claudio-mancini/) ma la sua opera va pian piano istituzionalizzandosi, a ragione di un impegno civico che mai lo ha abbandonato nel corso della sua esistenza e che lo ha visto tra i pochi protagonisti di cambiamenti a favore della società ceccanese.

È di questi giorni, infatti, la notizia di una prossima iniziativa che sarà dedicata alla memoria dell’avvocato Claudio Mancini. Il Primo Municipio di Roma Capitale dedicherà il nuovo campo di basket del Liceo Ginnasio Statale Virgilio a ricordo dell’avvocato Mancini, un allievo dalle mille risorse intellettuali e ideatore di tanti spazi culturali (e non solo) diventati pilastri nell’offerta formativa del famoso liceo che ha avuto tra i molti allievi la scrittrice Elsa Morante, il regista premio Oscar Bernardo Bertolucci, il cantautore Francesco De Gregori e il regista Carlo Verdone agli esordi della sua carriera scolastica.

L’avvocato Claudio Mancini al liceo Virgilio ha firmato la direzione de ‘La Fronda’, giornale nel quale con un gruppetto di sfrontati liceali amava raccontare quegli anni di Storia d’Italia. Da qui prese il via la sua grande passione per la scrittura, la poesia e per il giornalismo. Al preside chiese un’aula per riunirsi con gli altri, studiare e confrontarsi, gettando le basi dell’associazione degli ex allievi che ancora oggi esiste.

È sempre degli anni del ‘Virgilio’ la vocazione che lo seguirà anche oltre l’età del Liceo, per lo sport, in particolare la pallacanestro e il baseball. Da universitario continuò a gestire il circolo degli studenti organizzando i campionati in cui militavano la squadre di basket e baseball del Virgilio.

Da cronista raccontò le vicende sportive (nel frattempo era anche diventato corrispondente della cronaca giudiziaria del quotidiano Il Tempo di Roma) e qualche anno dopo, a Ceccano, promosse la nascita di una squadra di baseball, fondata da Pinetto Bonanni, che per molti anni è riuscita a militare nei campionati italiani.

Di quell’esperienza romana Mancini mantenne sempre forti legami e amicizie durate tutta la sua vita e soprattutto la voglia di poter ricreare quell’atmosfera studentesca anche a vantaggio degli studenti della provincia. Fino alla fondazione dell’Istituto tecnico commerciale, la prima scuola superiore che nasceva nella città di Ceccano grazie all’intraprendenza dell’avvocato Claudio Mancini.

Il prossimo settembre una targa intitolata all’avvocato Claudio Mancini sarà scoperta in una cerimonia alla presenza di sua figlia Beatrice; quella targa campeggerà nel cuore di Roma ricordandoci di poterci sentire, come suoi conterranei, un pizzico orgogliosi. 

Betto Tomassi, tra i “Diavoli di Zonderwater”

di Luigi Compagnoni

Il giornalista Federico Buffa a partire dal 4 maggio racconterà su Sky la storia dei Diavoli di Zonderwater .

Buffa racconta le vicende umane di quei giovani italiani rinchiusi in Sudafrica e privati di tutto, che nello sperduto campo di Zonderwater, grazie allo sport, ritrovarono la dignità. Lontani da casa, dagli affetti. Ma anche lontani dalla battaglia. Soldati nel pieno della giovinezza. Un’intera generazione, il maggior numero di prigionieri di guerra italiani, quasi centomila, fra il 1941 e il 1947 si ritrovarono esiliati in Sudafrica, nel campo di Zonderwater, il più popoloso della Seconda Guerra Mondiale. In un paesaggio lunare, arido e bersagliato dai fulmini, come sopravvivere alla fame, alle malattie, alla noia, alla nostalgia del proprio Paese? La soluzione si deve al colonnello Hendrik Fredrik Prinsloo, un capo illuminato, che capì che a quei giovani uomini bisognava restituire una vita normale e scelse lo sport come alleato. Gare di scherma, atletica, ginnastica, incontri di boxe, un campionato di calcio con andata e ritorno e persino prigionieri-star, come Giovanni Vaglietti, del Torino, anima degli invincibili Diavoli Neri. Tra questi, il ceccanese Benedetto Tomassi, conosciuto da tutti come “Betto”, classe 1920. Nel dicembre del 2010 ebbi modo di intervistarlo su quella vicenda, la ripropongo volentieri oggi.

Nel  campo di prigionia di Zonderwater arrivarono dai vari fronti di guerra in Africa anche molti ragazzi ceccanesi. Tra i 252 prigionieri Italiani morti a Zonderwater c’è, ad esempio, anche Giacinto Ferri, nativo della contrada di Colle San Paolo, appartenente al 55° Reggimento Artiglieria “Brescia” fatto prigioniero dagli Inglesi e morto nel campo di prigionia sudafricano il 7 giugno 1942. Di un altro ceccanese che trascorse sei lunghissimi anni nel campo di Zonderwater possiamo farci raccontare da lui stesso la storia. Stiamo parlando di Benedetto Tomassi da tutti conosciuto come “Betto”, classe 1920, fatto prigioniero in Africa settentrionale e tornato in Italia nel 1946. Betto è conosciuto oltre che per l’appassionata militanza politica anche per i suoi trascorsi calcistici come ala destra della squadra del Ceccano nel dopoguerra e fece parte della formazione che il 26 gennaio del 1946  sconfisse il Frosinone in casa per 1 a 0. Partiamo appunto dalla sua passione per il calcio per farci raccontare la sua avventura nel campo di prigionia in Sudafrica  .

Betto ma nel campo di prigionia di Zonderwater si giocava a calcio?

Sì, nel campo esistevano addirittura, se non ricordo male, 14 campi di calcio e si disputavano veri campionati con gironi di andata e ritorno che duravano anche mesi. Alle partite assistevano tanti prigionieri che facevano un tifo incredibile, come si fosse trattato di partite di serie A. A proposito, non ricordo i nomi, ma credo che in alcune squadre di prigionieri militassero giocatori che avevano giocato nei campionati di serie A e B. Ricordo che ci fu anche una partita tra guardie carcerarie e una rappresentativa di prigionieri che finì 10 a 0 per noi con grande disappunto per i Sudafricani.

In effetti a Zonderwater, come si legge in un recente libro di Carlo Annese “I diavoli di Zonderwater”, oltre al calcio, nel campo di prigionia si svolsero con continuità anche altri sport come la scherma, l’atletica leggera e il ciclismo. Per la boxe ci fu un   combattimento tra Gino Verdinelli di Velletri e Giovanni Manca che raccolse circa 20.000 spettatori. Oltre al calcio, Betto, hai praticato altri sport?

No, oltre a giocare a calcio l’unica cosa cui ricordo di aver partecipato nel tempo libero era agli spettacoli teatrali dove si allestivano vere e proprie rappresentazioni in costume, dove davo anche una mano a cucire i vestiti di scena. Quell’esperienza mi è servita perché negli anni della prigionia ho lavorato come sarto e non me la sono passata male. La cosa simpatica negli spettacoli erano i personaggi femminili interpretati dagli stessi prigionieri, in particolare ricordo un Sergente di artiglieria che riscuoteva un successo fenomenale tra noi soldati che non vedevamo una donna da anni!

Ricordi di Giacinto Ferri morto nel giugno del 1942?

Ho un vago ricordo di Giacinto, ma c’erano anche altri soldati di Ceccano. Il campo di prigionia era enorme, quasi una città. Di fatto non ricordo come morì Giacinto anche se debbo dire che l’assistenza sanitaria era buona e c’erano nel campo parecchi ospedali. La maggior parte dei decessi, sembrerà strano, era dovuto ai fulmini che cadevano continuamente sul campo, soprattutto quando ancora era costituito dalle tende. Ricordo di un giovane di Anagni, Antonio Colantoni, che rimase fulminato da una saetta. A proposito di Giacinto, ricordo che aveva dei parenti a Colle San Paolo che negli anni passati ho visitato spesso.

Betto hai conservato qualche foto del tuo periodo di prigionia a Zonderwater?

Purtroppo le foto del periodo della mia prigionia sono andate perse durante una Festa dell’Unità, quando furono utilizzate per un’iniziativa sui ricordi dei reduci di guerra. Sarei molto contento poterne tornare in possesso perché è l’unico ricordo della mia permanenza a Zonderwater.

Betto, un’ultima domanda, perché in tutti questi anni non si è mai parlato delle varie  prigionie dei soldati ceccanesi dispersi in tutto il mondo, dall’India all’Australia, dal Sudafrica all’Inghilterra?

Non lo so. Di fatto appena tornati a Ceccano trovammo una situazione – si può dire- ancora peggiore di quella che avevamo lasciato in prigionia. Il primo impulso fu quello di rimboccarsi le maniche e impegnarsi alla ricostruzione senza più pensare agli aspetti negativi che la prigionia aveva lasciato dentro ognuno di noi.

Anche a Betto, scomparso il primo settembre del 2015, ultimo “diavolo di Zonderwater”  di Ceccano, è dedicata la trasmissione in onda dal 4 maggio realizzata dal giornalista Federico Buffa .

Betto Tomassi il giorno dell’intervista, dicembre 2010
La formazione del Ceccano vincitrice al Matusa contro il Frosinone nel 1946