Nella House of Cards ceccanese ci rimettono tutti

Chiariamo subito il concetto: un’Amministrazione va giudicata per le attività svolte durante un intero mandato, e dovrebbe avere il diritto di portarlo a termine perché è così che vogliono gli elettori al momento del voto. Questo il pensiero mio e di tantissimi altri. Ci sono però oggi delle situazioni che spingono a riflettere su cosa sia diventata oggi la politica. Da sempre considerata come un laboratorio capace di anticipare anche gli scenari nazionali, a Ceccano nel 2015 vince le elezioni per la prima volta dal 1994 (anno in cui i ceccanesi elessero direttamente il Sindaco in base alla nuova legge elettorale per i Comuni) una coalizione diversa dal centrosinistra. Un gruppo molto forte, composto da sette liste civiche che, sostenendo Roberto Caligiore, porta avanti con forza lo slogan “Né destra, né sinistra, né affari”, e trionfa al ballottaggio con il 66,40% dei voti contro Luigi Compagnoni, che a mio modo di vedere continua ad essere la persona giusta candidata nel momento sbagliato. Il vento dell’estate 2015 faceva presagire una nuova era per la nostra città. Un nuovo modo di fare politica, finalmente sarebbero stati risolti tanti problemi decennali, da Acea ai rifiuti, dall’inquinamento al recupero del Palasport, passando per il decoro urbano e la sicurezza. A un certo punto però, la politica del “né né né” (confesso di non amare le negazioni negli slogan) ha iniziato a scricchiolare, rendendo palese ed evidente che quel cartello elettorale non era stato assemblato sulla base di un progetto, ma solo perché molti dei candidati erano delle vere e proprie calamite di consensi. Messi tutti insieme alle elezioni erano stati un tornado. Messi tutti insieme a governare, hanno prodotto una serie impressionante di crisi partite da febbraio 2017 (appena 1 anno e mezzo dal voto) e destinate ancora a non finire. Ogni singolo consigliere si è rivelato essere non parte di un gruppo, ma un partito a sé stante, interessato solo alla propria figura e non al gruppo, fatta eccezione per gli iscritti a Fratelli d’Italia, abituati all’esperienza di partito, e alle liste Nuova Vita e Patto Civico, nati prima come gruppi e poi diventati liste. Il resto, una serie di rivendicazioni, minacce, riavvicinamenti, poi di nuovo litigi, richieste di posti, richieste di maggiore visibilità, che hanno finito per schiacciare il Sindaco, lasciandolo a dover gestire non una coalizione, ma un domino dove ogni tessera che veniva spostata ne poteva far cadere un’altra, paralizzando di fatto una vita amministrativa già seriamente compromessa dalla carenza di risorse economiche cronica che colpisce tutti gli enti locali. L’ultima crisi è emblematica. Per sostituire Massimo Ruspandini alla carica di Vicesindaco ci vogliono tre mesi, con colpi di scena degni di House of Cards, o forse meglio di Beautiful, dove c’è chi minaccia di uscire, poi viene cacciato, poi rientra, poi non sa se accettare, poi esce di nuovo, con cambiamenti di idea e di posizione così repentini da far girare la testa anche ai più attenti appassionati (rimasti ben pochi nel frattempo). Sia chiaro, non è la prima volta che si verificano crisi. Gli stessi sindaci di centrosinistra ne avevano affrontate decine, uscendone indenni Cerroni e Ciotoli, e uscendone sconfitta Manuela Maliziola, sfiduciata da 11 consiglieri nel giugno 2014 dopo appena due anni di mandato. Forse questo ci dice che, con i famigerati e brutalizzati partiti, si riusciva a trovare un’intesa più facilmente rispetto ad oggi, dove ognuno pensa per sé, ognuno sostiene, come la Claire Underwood di House of Cards, che è il suo turno e tutti devono farsi da parte. Dove porterà tutto questo? Non si sa. Di certo non alla risoluzione dei problemi di Ceccano. I famigerati problemi ereditati da “quelli di prima” che, ahinoi, forse erediteranno in toto anche “quelli di dopo”, chiunque essi siano. Forse, con questa situazione di estrema difficoltà economica e politica, piuttosto che cercare di rammendare con le toppe un’esperienza nata e finita male, sarebbe stato più saggio assumersi la responsabilità di fare un passo indietro, non per sé stessi, ma per la città. A quel punto, a giugno 2019 avremmo votato di nuovo, ma magari avremmo avuto di fronte coalizioni diverse, più omogenee (lo so che è un’utopia, ma è una semplice opinione), e il vincitore avrebbe potuto iniziare a governare da subito. Insomma, meglio perdere sei mesi e ricostruire piuttosto che affrontare un anno e mezzo di crisi e litigi.

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Pro e contro in Outlaw King

Dopo l’ottimo film, Hell or High Water, del regista David Mackenzie, che era stato candidato a diversi premi Oscar nel 2017, tra cui per la miglior regia, Netflix torna a scommettere su questi, con il lungometraggio Outlaw King(Il Re fuorilegge) uscito il 9 novembre.

C’è da dire che se guardato dal punto di vista meramente tecnico è ben fatto, in particolare le battaglie, in cui si ha l’impressione di essere lì dove si svolge l’azione.

A pesare su tutto però una sceneggiatura incapace di dare la giusta profondità agli svariati personaggi coinvolti, proponendo una trama per quanto incentrato su un lato di storia forse non molto noto(sulla figura di Roberto I di Scozia) ben presto sa molto di già visto e a questo si va aggiungere un lavoro discreto sul doppiaggio(prevedibilissimo essendo una produzione Netflix) che non aiuta a immedesimarsi nei personaggi coinvolti nei momenti in cui le scene di battaglia non sono presenti.

Unica interpretazione di rilievo è quella del re Edoardo, contrapposto al re Roberto, interpretato da Billy Howle, che riesce a trasmettere tutto il carisma positivo e negativo del suo personaggio, tramite una buona mimica.

Delude invece l’interpretazione di Chris Pine che non riesce a recuperare quanto svolto nel film Hell or High Water, proponendo un personaggio che sa molto di già visto, incapace di emergere tra tutti gli altri personaggi, (di sicuro un giudizio che risente di un doppiaggio pessimo, non avendolo visto in lingua originale) su cui è impossibile entrare in una qualsiasi forma di empatia ed essendo il film incentrato tutto su Chris Pine è un lato negativo che nuoce gravemente al lungometraggio.

In tutto questo il dramma è presente ma durando l’intero film quasi due ore, ed essendo queste presenti in una manciata di scene, occupando l’intero lungometraggio di scene di battaglia, non è sufficiente a soddisfare lo spettatore, almeno non chi aveva visto il precedente lavoro di Mackenzie(migliore dal punto di vista della sceneggiatura, capace di regalare oltre l’azione anche una profonda descrizione dei personaggi).

Da vedere unicamente se in cerca di un film d’azione ben fatto ma fallimentare sul piano narrativo e drammatico.

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RICCARDO GABRIELE

House of Cards 6, ridateci Frank!

Sì, vero, è stato il turno di Claire Hale Underwood e si è visto. Fredda, calcolatrice, spietata, ieratica, ma valeva davvero la pena fare a meno di Frank Underwood pur di andare avanti? A mio parere: assolutamente NO. La sesta stagione di House of Cards, uscita in modalità Netflix (tutti gli episodi caricati su on demand in contemporanea) su Sky, si è rivelata la peggiore della serie nonostante alcuni picchi drammaturgici notevoli, merito soprattutto della bravissima Robin Wright e di un intenso Michael Kelly. Gli sceneggiatori hanno dovuto ridisegnare una stagione forse già in parte scritta all’indomani degli scandali sessuali che lo scorso anno colpirono il protagonista Kevin Spacey, licenziato in tronco e sparito dalle scene in maniera inspiegabile. Hanno quindi trasformato Claire, il personaggio interpretato dalla Wright che era già diventata Presidente al termine della quinta stagione, in qualcosa che non era mai stata: la tessitrice di una trama non sua, in un contesto in cui era stato adorabile, nelle prime cinque stagioni, vederla come spalla e complice essenziale per i “successi” del marito. Questo non va letto come una visione maschilista, per carità, ma il meccanismo funzionava a meraviglia fin dalle prime scene della prima stagione. Nell’episodio 1×01, quando Frank tornò a casa deluso per non essere stato nominato Segretario di Stato dal Presidente Garreth Walker, Claire si arrabbiò con lui perché non era abbastanza irato, una scena che introdusse un personaggio complesso e affascinante proprio perché definito in quel modo. Privarsi di un Frank Underwood è stata una scelta suicida, e la sesta stagione ne ha pagato le conseguenze. Frank aveva un sesto senso innato, capiva prima degli altri la mossa giusta da fare e quando le sue azioni lo portavano verso un vicolo cieco, la capacità di calcolo e di manovra lo facevano scivolare via, veloce, verso la salvezza. Quello che è mancato è stato proprio questo, un personaggio capace di un guizzo, sempre un passo avanti agli altri, capace di influenzare le scelte degli altri prima ancora di conoscerle. Un Frank Underwood manca e mancherà tantissimo, perché era un maestro, non di cattiva politica, perché di quelli ne siamo pieni fin sopra i capelli. No, Frank era un maestro della lettura del comportamento umano. Quando rivolgeva lo sguardo alla cinepresa, guardandoci tutti negli occhi, ci spingeva a pensare come lui, anche se non era facile, se non avevi il suo background, se non eri parte di quel mondo, ti rendevi conto che aveva sempre ragione lui. Alla sesta stagione di House of Cards sei mancato da morire, caro Frank, e a noi ancora di più.

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La Terra delle Opportunità da cogliere

La democrazia americana non mi è mai piaciuta. L’ho sempre trovata troppo personalistica, eccessiva, legata al potere economico. Le devo però riconoscere questo: anticipa sempre di qualche anno quello che succederà nel resto del pianeta. E’ successo anche stavolta con le elezioni di medio termine. La Camera dei Rappresentanti, che si rinnovava interamente, è passata dai Repubblicani ai Democratici. Fin qui tutto apparentemente normale, perché poche volte nella storia il partito del presidente in carica ha vinto le elezioni di metà mandato. Stavolta è stato diverso perché una parte del Partito Democratico ha scelto di cambiare strategia, puntando su una nuova generazione di politici e aprendosi alla società americana del 2018. Sono entrate, per la prima volta nella storia, oltre 100 donne in parlamento, molte provenienti da diverse estrazioni sociali. Tra queste, il caso simbolo è Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane deputata della storia, nata il 13 ottobre 1989 nel Bronx, quartiere popolare di New York, e senza una particolare storia politica alle spalle.

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Alexandria, laurea in economia e relazioni internazionali alla Boston University, ha iniziato la militanza politica appena due anni fa, lavorando al comitato per le primarie democratiche di Bernie Sanders. Quel comitato, dopo la sconfitta del senatore del Vermont, venne trasformato nella sezione newyorkese del Brand New Congress, una sorta di corrente di sinistra del Partito Democratico. A quel punto, in vista delle primarie democratiche per la scelta del candidato al Congresso del 14° distretto di New York, feudo da 19 anni del potente Joe Crowley (numero 3 del partito), Alexandria venne indicata come sfidante, e nonostante un misero budget riuscì lo scorso giugno a battere Crowley con un sonoro 57%. Le sue idee sono le stesse di Sanders: migliorare la politica sui diritti delle donne, sanità accessibile a tutti, rigorose politiche ambientale, politiche dell’accoglienza, università gratuita per tutti, salario minimo dei lavoratori fissato a 15 dollari l’ora. Dove arriverà questa giovane deputata? Forse da nessuna parte, forse tra i tanti deputati anonimi, forse alla Casa Bianca, nessuno può dirlo al momento. Certo è che migliaia di elettori sono andati alle urne per darle un’opportunità. E qui arriviamo finalmente a casa nostra, ma quella piccola, cittadina, non la casa nazionale, anche se in effetti succedono le stesse cose, quindi è un paragone sostenibile. Da noi succede che una cerchia ristretta di politici storici sostenga di detenere in eterno la verità assoluta, anche quando sono stati già sconfitti più volte alle urne, dal tempo e dalla storia. Sostengono che, per vincere, sia necessario ripartire sempre da loro, i detentori della sapienza, e attendere le loro indicazioni prima di partire per la battaglia. Lo sostengono, ovunque, i big dei partiti, del cosiddetto establishment, che è un po’ lo stesso in ogni nazione del mondo: ricchi, imprenditori, politici navigati, media vicini al potere. In tutto questo, il popolo dove sta? Sta dalla parte di chi è più simile a loro, di chi dice le cose che vuole sentirsi dire, anche se sono senza senso e senza possibilità di realizzazione. E’ finita un’epoca, nessuno oggi ascolta più con idolatria le vecchie caste di potere. La vittoria del populismo, da Trump in poi, sta tutta qui, nel non avere capito dove stava andando la società. La risposta della sinistra americana non sta nel volto di Alexandria, nelle sue idee e nelle sue proposte, perché sono le stesse lanciate dal vecchio Sanders due anni fa. La risposta sta nel fatto di averle dato la possibilità di competere da protagonista. Alexandria e le decine di volti nuovi della sinistra americana si sono presi i posti che i notabili non avrebbero mai ceduto loro. E’ vero, il sistema delle primarie aiuta a bypassare le segreterie polverose dei partiti. Ma oggi che questi sono in crisi, bisogna occupare lo spazio fisico che stanno lasciando con idee e proposte vicine alle persone, ai loro bisogni e alle loro esigenze. Bisogna lanciare un progetto vero, onesto e concreto cui le famiglie e i giovani possano guardare con speranza e fiducia. Bisogna anche osare, lanciando sogni apparentemente irrealizzabili, ma se si ha paura di farlo la si darebbe vinta al popolo dell’odio e, peggio, alla casta dei dinosauri che non si arrende alle apparenze e vive in una dimensione parallela. Serve solo coraggio, sfrontatezza, determinazione, e niente sarà impossibile.

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Libri: “3 Minuti” di A.S. Kelly

3 minuti

Autore: A.S. Kelly

Titolo: 3 Minuti

Genere: romanzo rosa

Anno: 2018

L’autrice: A.S. Kelly è nata in Italia, ma vive in Irlanda con il compagno, due bambini e un gatto di nome Oscar. Appassionata di letteratura inglese, amante della musica e dipendente dal caffè, trascorre le sue giornate in una cittadina a nord di Dublino, cercando ispirazione per le sue prossime storie.

Sinossi: Amie è una pianista dotata di un incredibile talento, ma quando una terribile tragedia colpisce la sua famiglia, smette di suonare e di interagire con il mondo esterno.
Adam è un musicista con un’anima ferita e con un peso sulle spalle troppo grande da sopportare, che non gli permette di abbandonare le cattive abitudini e di lasciarsi andare alla vita. L’amore arriva, passionale e incontrollabile. Amie e Adam non riusciranno a sottrarsi al forte legame che li unisce, un legame fatto di note e di sentimenti contrastanti, che li obbligheranno a fare i conti con il loro passato e ad affondare con le mani l’una nel dolore dell’altro. Ma quando Adam la lascerà sola per seguire la sua strada, Amie si troverà a guardare qualcun altro con occhi diversi, a vederlo per la prima volta, a vivere nuove emozioni, così intense e vere che la porteranno a chiedersi se quello che c’è tra lei e Adam sia così forte come credeva e in grado di superare ogni ostacolo. E se quello che prova adesso per l’ultima persona che avrebbe dovuto amare è davvero così sbagliato. Perché l’amore non è fatto solo di parole e di grandi gesti, l’amore a volte è fatto di sguardi, di sorrisi celati, di mani che si cercano e di note silenziose.
Perché in tre minuti tutto può cambiare, in tre minuti si può anche imparare ad amare.
Tre minuti, il tempo di una canzone.

Recensione: Cari lettori e care lettrici oggi vi torno a parlare di una delle mie scrittrici preferite A.S.Kelly. A.S. Kelly è tornata da pochi giorni in libreria con un nuovo romanzo, o meglio con una rilettura e riscrittura di una sua opera precedente pubblicata nel 2014 ovvero la serie composta da tre libri e intitolata “3 Minuti”. Questa volta il romanzo si presenta in un unico volume rinfrescato senza però cambiarne l’essenza e il cuore!        “3 Minuti” è un romanzo che mi ha catturato da subito i quattro protagonisti con molta semplicità e tranquillità ti trascinano in pieno nel loro mondo, che una volta chiusa l’ultima pagina ti resta sulla pelle e nelle ossa! Amie, Adam, Jess e Jen sono quattro ragazzi, ai quali la vita non ha risparmiato dolore e sofferenza, ma che grazie all’amore, all’amicizia e alla musica riescono a superare il passato e a crearsi un futuro pieno di quella felicità che tutti noi ci auguriamo sempre!

“Vorrei difenderla, proteggerla, portarla in un posto lontano dove potrei forse amarla e renderla felice.”

Un amore, quello che esce dalle pagine di A.S.Kelly, che ti spacca il cuore che ti colpisce in profondità e ti fa sperare insieme ai protagonisti, perché se davvero ci crediamo esso può salvarci, può renderci migliori. Un amore che si circonda di un altro sentimento forte e vero l’amicizia, un’amicizia con la A maiuscola che va oltre tutto e tutti e che resiste anche alle peggiori tempeste.

“E’ sempre stato un amico leale, una spalla, un compagno di bevute. Una famiglia.”

Due sentimenti che aiutano a superare il dolore che la vita purtroppo ci riserva e al quale spesso è impossibile sfuggire. Un dolore che va accettato e superato e che questi ragazzi riescono a spazzare via anche grazie alla musica. Si proprio lei, la grande protagonista della nostra vita, perché ammettetelo a tutti noi almeno una volta è capitato ascoltando una canzona di soli tre minuti riconoscerci in essa, nelle sue parole e nella sua melodia. La musica è la grande protagonista di questo romanzo, infatti grazie ad essa Amie, Adam, Jess ed Jen riescono a comunicare, a liberare la loro anima e a crescere.

“Tre minuti per farlo innamorare di me. Tre minuti sono bastati a me per amarlo.”

A questo punto cari lettori prendetevi i vostri tre minuti, forse qualcuno in più, e immergetevi nella lettura di questo romanzo e lasciatevi trasportare dalle parole di A.S.Kelly che vi faranno fare un meraviglioso viaggio nel mondo delle emozioni.

Romanzi della stessa scrittrice:

  • Four Days Series (4 libri)
  • O’Connor Brothers Series (5 libri)
  • From Connemara With Love Series (2 + libri)

Buona lettura.

Marilena De Angelis.

Libri: “Ho trovato te” di Valeria Montisanti

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Autore: Valeria Montisanti

Titolo: Ho trovato te

Genere: New adult

Anno: 2015

Pagine: 189

L’autrice: Valeria Montisanti, classe 77. Vive a Palermo con marito e figlia. Si occupa dell’apprendimento di bambini “speciali”. “Ho trovato te” è il suo romanzo d’esordio.

Sinossi: Sarah ha un passato doloroso ma non per questo rinuncia ai suoi sogni, alle sue ambizioni.
Ha deciso di ricominciare partendo da se stessa e l’occasione si presenta quando viene accettata all’Università della Florida.
Qui incrocia gli occhi malinconici di Tyler e sente una forte connessione con la sua anima.
Sentirsi libera di provare emozioni è difficile per chi ha sofferto così tanto, ma, nonostante tutto,
Sarah vuole lasciarsi trascinare da questa meravigliosa corrente.
Ma quando finalmente sembra che tutto scorra nella maniera più bella e inaspettata, la ragazza scopre quanto il suo passato sia legato alla sofferenza di Tyler, e diventa inevitabile, per lei, prendere una decisione estrema.
Forse, però, l’amore che li lega vale un gesto di profondo coraggio.

Recensione: Cari lettori dopo una piccola pausa torno oggi con una nuova proposta di lettura davvero particolare, un romanzo self publishing che ho scoperto per caso sfogliando le proposte di lettura del mio kindle! Ho trovato te di Valeria Montesanti mi ha rapito già dalla prima pagina, perché racconta una storia che si inserisce un po’ fuori dal coro del classico cliché bad boy e donzella da salvare. La Montesanti ci racconta la vita di una ragazza coraggiosa, che è riuscita a salvarsi da sola da una vita davvero difficile, quella vita fatta di abusi, che per chi ne è estraneo è difficile da capire e comprendere. Ma l’autrice con delicatezza ci inserisce nel mondo di Sarah ci fa provare le sue emozioni, le sue paure, i suoi sensi di colpa e i suoi incubi. Incubi che la tormentato fino a quando il suo cuore non può sperare di nuovo di essere felice, fino a quando non si incontra scontra e innamora di Tyler. I due hanno un passato che li lega, che potrebbe dividerli, ma che alla fine superano perché tutti meritiamo di essere felici nonostante tutto, nonostante il passato sembra proibircelo! Vi consiglio questo romanzo, perché oltre ad essere nato da una voce italiana, può farci davvero comprendere un mondo che a volte cerchiamo di nascondere perché ne abbiamo paura o meglio perché non sappiamo come affrontarlo! Lasciatevi emozionare dalle parole di Valeria Montesanti per poter provare la sensazione finale di una felicità ritrovata o meglio meritata!

Buona lettura.

Marilena De Angelis.