IL GENIO DI CLAM, LA FORZA ESPRESSIVA DI BICE

In piazza San Giovanni il Festival Francesco Alviti regala la brillante performance firmata da Beatrice Mancini e intitolata al padre Claudio

Quando l’avvocato Claudio Mancini mi mostrava con orgoglio le sue composizioni pensavo sempre che quelle brillanti espressioni meritassero un pubblico molto più vasto della dimensione provinciale in cui vivevamo entrambi. Ho conosciuto l’avvocato Mancini, Clam come lo ricordano tutti, fondatore dell’Inclito Rompi Club, quando la sua attività letteraria era diventata puro esercizio intellettuale e, lo ammetto, per anni ho sperato che quegli scritti non finissero nel dimenticatoio delle voci inascoltate. C’è voluta un’altra Mancini alla fine, sua figlia Beatrice, regista e sceneggiatrice teatrale per riportare alla giusta dimensione lo straordinario talento espressivo contenuto in quelle strofe.

Nell’extra del Festival Francesco Alviti la performance che Beatrice Mancini ha regalato alla Ceccano di suo padre e della sua gloriosa famiglia, ha fatto brillare il patrimonio creativo di Clam, tirando fuori un inedito spazio di arte pura. Nel giorno del compleanno di Claudio Mancini, il 25 luglio scorso. Roba da incorniciare e che provo a raccontare qui per chi avesse perso l’occasione di uno spettacolo senza precedenti nel quale si sono esibiti anche Francesco Lombardi (al piano) e come autore del ‘Clam Theme’, Massimiliano Malizia (alla tromba), Mirko Chiucchiolo (al trombone), The Monkey Brown Raffaele Bove (al contrabbasso), Luca Quattrociocchi (alla batteria) e con la voce Fabrizio Parenti.

La serata ‘Ricomincio da Clam – Chi si ferma è perduto’ ha avuto un promotore, quel geniaccio di Pietro Alviti che insieme a sua moglie Vittoria D’Annibale si sono resi conto per primi della potenza dell’incontro tra l’ingegno del padre e l’espressività della figlia. Perché se al primo vanno riconosciuti i meriti di composizioni ardite – basta citare “l’omaggio” a Draghi che l’autore ha saputo proiettare nel futuro conservandolo oltre la sua stessa esistenza – è, di certo, nella performance della seconda che quelle ironiche prese di posizione sono diventate pugni in faccia di amara attualità. Schiaffi ad un mondo sempre meno attento al passato, alla storia, agli errori che abbiamo già ripetuto senza renderci conto di aver imboccato strade sempre più strette. Il tutto condito da spruzzate di satira, da sberleffi all’ultradecennale gestione amministrativa della sinistra nella sua Ceccano dove “si intitolano strade a sindacalisti sconosciuti e si dimenticano uomini illustri come Giuseppe Mazzini”. In quei suoi scritti non c’è trucco e non si hanno dubbi su quale sia stata la sua vocazione politica perché Clam era così: una penna tagliente, maestro di satira e anche testimone di un lungo corso storico dell’Italia che la militanza politica da democristiano della prima ora gli aveva permesso di attraversare.

E poi la poesia… In quel dialogo ideale che Bice (così amava chiamarla Clam) ha messo in scena con la voce fuori campo del padre, richiamato ai doveri di genitore, ritrovato nei viaggi condivisi, ammirato per la sua poliedrica attività intellettuale. Un po’ uguali, un po’ diversi. Silenzio e occhi lucidi in piazza San Giovanni a quel punto perché in quel breve scambio di parole Bice ha saputo toccare le corde del sentimento.

Brava Bice! Ci hai emozionato e grazie per aver regalato a Ceccano una prima assoluta. Vai avanti e segui con coraggio la strada che ha indicato Clam perché “Chi si ferma è perduto!”.

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