I consigli de Il Vortice: L’Amica Geniale

Esordio in televisione, la miniserie tratta dal romanzo “L’amica geniale” di Elena Ferrante(dal titolo omonimo).

Un piccolo preambolo: non amo molto le opere tratte da romanzi cui un autore non appone il proprio nome, ed essendo la serie tratte da uno di essi, dovrebbe conseguirne una recensione negativa(perché ripreso dal romanzo di Elena Ferrante, uno pseudonimo di un’ignota autrice). Dovrebbe, se seguisse un’ottica estremamente personale ma come da titolo è il consiglio del “Vortice”, motivo per cui l’ottica è oggettiva, il più possibile distaccata dai miei gusti personali, potrei poi specificare i motivi per cui non nutro molta fiducia nei romanzi anonimi ma finirei per occupare troppo spazio, sarà magari argomento di un prossimo articolo.

L’AMICA GENIALE

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Prima di procedere alla serie, delle informazioni in merito al regista a capo della serie: Saverio Costanzo(figlio di Maurizio Costanzo e Flaminia Morandi).

Questi ha all’attivo quattro film, di cui l’ultimo del 2014, riceve al Festival di Venezia due Coppe Volpi per l’interpretazione di Alba Rohrwacher e di Adam Driver nel film Hungry Hearts.

Come il precedente film, “La solitudine dei numeri primi”(da cui riprende l’attrice Alba Rowrcher), “Hungry Hearts” propone sempre una storia di individui alienati dalla società e permeati dalla solitudine.

Tema che si sposa perfettamente con la serie in esame.

Sul piano televisivo, Saverio Costanzo non è totalmente alieno perché già per Sky aveva realizzato il remake della serie statunitense dal titolo omonimo “In treatment”, a sua volta remake di quella israeliana “Be tipul”; con Sergio Castellitto.

La serie in onda su Rai uno, ogni martedì, partita il 27 novembre, narra la storia di amicizia di due bambine, Elena Greco e Raffaella Cerullo negli anni ’50.

La ricostruzione degli ambienti e la fotografia è estremamente accurata, permettendo di vivere a pieno l’atmosfera in cui vivono i personaggi. Anche l’abile uso delle ombre è efficace per trasmettere sia i vari momenti cupi che drammatici che permeano la serie.

Sul fronte dell’interpretazione(avendo del resto visto i soli due episodi) non si può che rimanere soddisfatti della scelta delle due attrici bambine, non note perché dilettanti(scelta non tanto del regista ma della misteriosa Elena Ferrante, per la seguente motivazione “I bambini attori raccontano i bambini come gli adulti immaginano che dovrebbero essere. Invece i bambini che non sono attori hanno più possibilità di uscire dagli stereotipi, specialmente se il regista è in grado di trovare il giusto equilibrio tra realtà e finzione.” [tvserial.it, comunicato stampa TimVision] )  che sono ben in sintonia l’una con l’altra.

Non pesante l’uso del dialetto che ben si sposa con le atmosfere; soffermandoci sulla sceneggiatura ad emergere il tema della solitudine(che accomuna questo sceneggiato a film come “La solitudine dei numeri primi” e “Hungry Hearts”) e la rivalsa dalla società in cui le bambine vivono, maschilista e fortemente imperniata sull’utilitarismo aliena ai sogni delle protagoniste.

Oltre questo, la sceneggiatura non costruisce nulla di particolarmente innovativo, ma è un leggero contro, a favore la buona regia che non soffoca minimamente l’espressività dei vari interpreti, incluse le bambine, perché sceglie di soffermarsi molto sui volti.

Concludendo, è impossibile formulare un giudizio complessivo sulla serie avendo visto solo due puntate ma esse sono in grado di mostrare le buone potenzialità della regia, fotografia e anche della colonna sonora di Max Ritcher(compositore tedesco autore tra l’altro di serie quali Black Mirror, nello specifico il primo episodio della terza stagione e di Taboo, con protagonista Tom Hardy rinnovata per una seconda stagione) che fanno sì che lo spettatore segua senza annoiarsi mai le varie vicende, portandolo in un crescendo di emozioni; se la qualità rimane questa o se meglio ancora aumenta, ci troviamo davanti un notevole prodotto Rai.

RICCARDO GABRIELE

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Narcos Mexico manda in soffitta Escobar

Forse mi attirerò contro le ire dei puristi, ma Narcos: Mexico è nettamente la migliore stagione della serie dedicata alle attività della D.E.A. contro i cartelli del narcotraffico degli anni ottanta. Che sarebbe stata diversa lo si capisce dal principio, l’equivoco su chi sarebbe stato il buono e chi il cattivo tra Miguel Angel Felix Gallardo e Kiki Camarena con cui vengono introdotti questi due personaggi è fenomenale, ti porta facilmente a sbagliare viste la faccia da bravo ragazzo bianco di Diego Luna e quella da indio da strada di Michael Peña. Invece con il passare degli episodi i due attori emergono in tutta la loro bravura, portando alla luce l’ascesa verso il trono dei narcotrafficanti di un povero poliziotto di Sinaloa. La forza di questa stagione non sta però solo nei personaggi, ma nel realismo con cui viene descritta una società in cui tutti possono essere corrotti, partendo dai politici, passando per le forse dell’ordine fino ad arrivare alla gente comune. La droga porta denaro, il denaro porta l’individuo ad accettare di tutto pur di guadagnarsi un posto al sole.

Le coperture politiche erano già state messe in evidenza nelle prime stagioni della serie, sia le due dedicate a Pablo Escobar che la terza dedicata al Cartello di Calì. In questa però il punto di vista rovescia i punti di forza. In alcuni tratti sono i politici i veri cattivi della serie, ci spingo quasi a simpatizzare per i narcotrafficanti. Sono ingordi, avidi non solo del potere che già detengono, ma anche del denaro che pretendono per proteggere le attività del cartello. Quel binomio denaro-potere che sembra indissolubile ma che traina tutte le sfere della società, spingendo il primo a far crescere l’influenza del secondo, e dimostrando che il solo denaro, senza il potere, è niente, sono miliardi che se ne vanno in fumo con leggerezza e senza che nessuno se ne preoccupi.

Una delle cose che più si apprezzano di questa quarta stagione è poi il fatto che non si crea nessuna apologia dei cattivi, perché le gesta che compiono sono disumane, sono sbagliate, e non spingono lo spettatore a parteggiare per loro. Questa deviazione dei valori, che hanno spinto molti critici a contestare le serie dedicate alla malavita con l’accusa di trasformare dei criminali in eroi, ha determinato una percezione sbagliata dei criminali anche nella società reale. Si è portati a sostenere chi spaccia, chi guadagna facile con il narcotraffico, chi va a braccetto coi politici e grazie a questo ha tutte le porte spalancate, pur sapendo quali siano le attività principali di guadagno di questi personaggi. Un fenomeno questo che salta all’occhio soprattutto nei centri più piccoli, dove tutti sanno di tutti, e dove alcuni criminali vengono considerati benefattori solo perché investono qualche soldo, magari per riciclaggio, in feste o attività politiche.

In conclusione, la migliore stagione della serie. Un corso fantastico di spagnolo dell’America centrale, scelte registiche di qualità, prove d’attore magistrali non solo dei due protagonisti ma anche nei ruoli di supporto. Una serie da vedere, sperando non ci mettano troppo a dirci come andrà a finire.

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Pro e contro in Outlaw King

Dopo l’ottimo film, Hell or High Water, del regista David Mackenzie, che era stato candidato a diversi premi Oscar nel 2017, tra cui per la miglior regia, Netflix torna a scommettere su questi, con il lungometraggio Outlaw King(Il Re fuorilegge) uscito il 9 novembre.

C’è da dire che se guardato dal punto di vista meramente tecnico è ben fatto, in particolare le battaglie, in cui si ha l’impressione di essere lì dove si svolge l’azione.

A pesare su tutto però una sceneggiatura incapace di dare la giusta profondità agli svariati personaggi coinvolti, proponendo una trama per quanto incentrato su un lato di storia forse non molto noto(sulla figura di Roberto I di Scozia) ben presto sa molto di già visto e a questo si va aggiungere un lavoro discreto sul doppiaggio(prevedibilissimo essendo una produzione Netflix) che non aiuta a immedesimarsi nei personaggi coinvolti nei momenti in cui le scene di battaglia non sono presenti.

Unica interpretazione di rilievo è quella del re Edoardo, contrapposto al re Roberto, interpretato da Billy Howle, che riesce a trasmettere tutto il carisma positivo e negativo del suo personaggio, tramite una buona mimica.

Delude invece l’interpretazione di Chris Pine che non riesce a recuperare quanto svolto nel film Hell or High Water, proponendo un personaggio che sa molto di già visto, incapace di emergere tra tutti gli altri personaggi, (di sicuro un giudizio che risente di un doppiaggio pessimo, non avendolo visto in lingua originale) su cui è impossibile entrare in una qualsiasi forma di empatia ed essendo il film incentrato tutto su Chris Pine è un lato negativo che nuoce gravemente al lungometraggio.

In tutto questo il dramma è presente ma durando l’intero film quasi due ore, ed essendo queste presenti in una manciata di scene, occupando l’intero lungometraggio di scene di battaglia, non è sufficiente a soddisfare lo spettatore, almeno non chi aveva visto il precedente lavoro di Mackenzie(migliore dal punto di vista della sceneggiatura, capace di regalare oltre l’azione anche una profonda descrizione dei personaggi).

Da vedere unicamente se in cerca di un film d’azione ben fatto ma fallimentare sul piano narrativo e drammatico.

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RICCARDO GABRIELE

House of Cards 6, ridateci Frank!

Sì, vero, è stato il turno di Claire Hale Underwood e si è visto. Fredda, calcolatrice, spietata, ieratica, ma valeva davvero la pena fare a meno di Frank Underwood pur di andare avanti? A mio parere: assolutamente NO. La sesta stagione di House of Cards, uscita in modalità Netflix (tutti gli episodi caricati su on demand in contemporanea) su Sky, si è rivelata la peggiore della serie nonostante alcuni picchi drammaturgici notevoli, merito soprattutto della bravissima Robin Wright e di un intenso Michael Kelly. Gli sceneggiatori hanno dovuto ridisegnare una stagione forse già in parte scritta all’indomani degli scandali sessuali che lo scorso anno colpirono il protagonista Kevin Spacey, licenziato in tronco e sparito dalle scene in maniera inspiegabile. Hanno quindi trasformato Claire, il personaggio interpretato dalla Wright che era già diventata Presidente al termine della quinta stagione, in qualcosa che non era mai stata: la tessitrice di una trama non sua, in un contesto in cui era stato adorabile, nelle prime cinque stagioni, vederla come spalla e complice essenziale per i “successi” del marito. Questo non va letto come una visione maschilista, per carità, ma il meccanismo funzionava a meraviglia fin dalle prime scene della prima stagione. Nell’episodio 1×01, quando Frank tornò a casa deluso per non essere stato nominato Segretario di Stato dal Presidente Garreth Walker, Claire si arrabbiò con lui perché non era abbastanza irato, una scena che introdusse un personaggio complesso e affascinante proprio perché definito in quel modo. Privarsi di un Frank Underwood è stata una scelta suicida, e la sesta stagione ne ha pagato le conseguenze. Frank aveva un sesto senso innato, capiva prima degli altri la mossa giusta da fare e quando le sue azioni lo portavano verso un vicolo cieco, la capacità di calcolo e di manovra lo facevano scivolare via, veloce, verso la salvezza. Quello che è mancato è stato proprio questo, un personaggio capace di un guizzo, sempre un passo avanti agli altri, capace di influenzare le scelte degli altri prima ancora di conoscerle. Un Frank Underwood manca e mancherà tantissimo, perché era un maestro, non di cattiva politica, perché di quelli ne siamo pieni fin sopra i capelli. No, Frank era un maestro della lettura del comportamento umano. Quando rivolgeva lo sguardo alla cinepresa, guardandoci tutti negli occhi, ci spingeva a pensare come lui, anche se non era facile, se non avevi il suo background, se non eri parte di quel mondo, ti rendevi conto che aveva sempre ragione lui. Alla sesta stagione di House of Cards sei mancato da morire, caro Frank, e a noi ancora di più.

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Serie Tv: Il Vortice consiglia…Patrick Melrose

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Una serie da non lasciarsi sfuggire è quella che vede protagonista Beneditch Cumberbatch, trasmessa su Sky Atlantic, dal 9 luglio al 6 agosto.

Una miniserie di 5 episodi, tratti dal ciclo narrativo “I Melrose” di Edward St Aubyn, in cui ogni puntata copre un libro della serie narrativa.

Seguiranno due parti, una più generica volta all’analisi complessiva dello show ed un’altra più specifica volta all’analisi dei primi due episodi, per quest’ultima parte per evitare spoiler è consigliabile la visione della miniserie.

PARTE 1: NO SPOILER

Trama di base un tossicodipendente di ricca famiglia, Patrick Melrose appunto, che si trova a fronteggiare la morte del padre insieme al desiderio di superare la sua dipendenza. Entrambi i primi due episodi sono diretti magistralmente, riuscendo nel primo a delineare efficacemente il contrasto realtà e stato allucinogeno anche grazie ad un’ottima interpretazione di Beneditch Cumberbatch che domina totalmente il primo episodio, il secondo invece riesce efficacemente a trasmettere atmosfere drammatiche unite all’ipocrisia della famiglia benestante del protagonista.

Se nel primo si privilegia una fotografia dai colori più freddi, nel secondo sono privilegiate le tonalità più calde, delineando perfettamente il contrasto tra il presente di una New York, cupa nel tempo presente ed un passato dall’immagine solare ma segnato da svariate vicende cupe.

In totale l’impressione che si ha al termine degli episodi è quello di aver visto non puntate di una serie bensì un film, curato nei minimi dettagli, riuscendo a far immedesimare lo spettatore nel protagonista Patrick.

Parlando degli altri attori, vediamo coinvolti nei panni del padre, David Melrose, l’attore Hugo Weaving(Il signore degli Anelli, Matrix, V per Vendetta, Cloud Atlas) che sia nel primo(apparizioni brevi ma significative) che nel secondo(in cui è invece protagonista) trasmette tutto il carisma negativo del personaggio, sia dal tono della voce che dai movimenti corporei.

Dall’altra parte ad interpretare la madre di Patrick, Jennifer Jason Leigh(The Hateful Eight, Anomalisa, Annientamento) offrendo anch’essa una notevole abilità soprattutto nel secondo episodio.

In sintesi, due puntate estremamente valide che non possono che spingere a vedere le altre, offrendo un prodotto valido sotto ogni singolo punto di vista.

PARTE 2: SPOILER

Episodio 1: Bad News(Cattive Notizie)

Ad aprire la puntata una telefonata, che preannuncia a Patrick, la morte del padre. Qui già si scorge la bravura di Cumberbatch nel passare inizialmente da un iniziale disattenzione, alle parole dell’interlocutore, ad un iniziale tristezza che si tramuta in gioia. Dopo questa scena inizia lo show.

La trama di base di questa puntata vede Patrick recarsi a New Yotk, per prelevare le ceneri del padre, oltre al fronteggiare i problemi della sua tossicodipendenza.

Tutta questa puntata è giocata sul talento di Cumberbatch nel delineare sia una figura segnata da svariati demoni del passato che dalle droghe, segnando i diversi momenti con un adeguata resa corporea che vocale, tanto più marcato se l’episodio in questione è visionato in lingua originale.

In sintesi questa puntata oltre a regalare svariati momenti drammatici, non risparmia scene leggermente comiche, presentando un personaggio tra i più complessi interpretati dall’attore.

La resa è perfetta tanto da spingere a visionare l’episodio successivo.

Episodio 2: Never Mind(Non Importa)

A differenza del primo, qui Beneditch Cumberbatch è presente per brevi scene, dando spazio alle vicende passate fatte intravedere nel primo episodio.

A dominare l’intera scena: David Melrose, interpretato magistralmente da Hugo Weaving, capace di comunicare tutto il lato negativo del personaggio sia con un determinato timbro vocale che da determinati atteggiamenti fisici.

Non è il solo ad emergere, infatti affianco alla sua notevole interpretazione c’è quella della madre di Patrick, Eleanor Melrose che riesce a delineare un personaggio alcolizzato e succube di David.

Ottima interpretazione la dà anche il bambino interprete della versione giovanile di Patrick.

Un episodio in cui emerge potente il dramma del passato che nel primo era lasciato un po’vago.

Il tutto riguarda il passato per tanto i momenti della storia presente sono lasciati da parte, probabilmente tema della puntata successiva, in ogni caso non lascia minimamente delusi.

CONCLUSIONE

Un’ottima prova attoriale per Beneditch Cumberbatch insieme a notevoli interpretazioni degli svariati interpreti coinvolti nello show. Se volete una serie che ha tutte le caratteristiche di un piccolo film, le ritrovate tutte in essa. Promossa a pieni voti, da recuperare assolutamente.

VOTO 5/5

Riccardo Gabriele