I Ceccanesi che dissero NO! Medaglia d’Onore agli Internati Militari Italiani: nomi, storie, memoria

di Luigi Compagnoni

Sabato 20 settembre alle 11:30, nella Sala Purificato della Prefettura di Frosinone, la nostra comunità si ritrova per un gesto semplice e solenne: dire i nomi, ricordare i volti, consegnare alla memoria collettiva il “no” di chi scelse la dignità. È la cerimonia per il conferimento della Medaglia d’Onore agli Internati Militari Italiani (IMI) originari di Ceccano deportati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra, onorificenza conferita dal Presidente della Repubblica.

Saranno presenti le famiglie di Lorenzo Malizia (nato il 26/10/1920), catturato sul fronte greco-albanese nel settembre 1943 e internato nel lager VI C; di Angelo Maura (nato il 02/12/1923), deportato in uno dei campi del Distretto VI presso Bonn, in Vestfalia e di Giuseppe Staccone (nato il 2/08/1923), internato nel lager IX C. Con loro, la città abbraccia la storia di Giovanni Gianfelice (nato il 14/05/1922 a di Sonnino – allora Littoria), morto nel lager IV B: la medaglia sarà consegnata ai suoi parenti grazie all’iniziativa del nipote, Giovanni, che da oltre quarantacinque anni vive a Ceccano e che avviò la richiesta dopo un incontro pubblico sugli IMI organizzato dalla Rete delle Associazioni nel settembre 2024.

Dietro ogni nome c’è una storia che parla piano, ma che non smette di farsi ascoltare.

Angelo Maura ricordava la terribile fame sofferta in quella drammatica prigionia. In un campo vicino era prigioniera una ragazza ucraina: rischiando di persona, gli faceva arrivare qualche buccia, un tozzo di pane duro. “Mi ha salvato la vita” disse nell’incontro pubblico organizzato a Ceccano nel novembre 2011, durante la presentazione del libro “Gli Internati Militari Italiani” di Mario Avagliano e Marco Palmieri. Con lui c’erano Giovanni Del Brocco, Francesco Ardovini, Giuseppe Lucchetti: ultimi testimoni, oggi scomparsi. In quelle voci c’era ancora il dolore delle sofferenze patite dietro i reticolati sottoposti a lavori forzati e alla crudeltà degli aguzzini.

Lorenzo Malizia conobbe l’abisso nelle miniere, a Dortmund, “a millecinquecento metri sotto terra”. Sopravvissuto a un bombardamento di “fuoco amico” sul campo di concentramento da parte dell’aviazione alleata, finì in ospedale con una terribile ferita alla gamba e con la febbre che “non scendeva mai”. Un giorno, una commissione sanitaria tedesca si preparò a ispezionare i feriti: dove vedeva garze intrise di pus, decideva l’amputazione. Un cappellano militare lo sollevò dalla branda e aiutato da un commilitone che lo portò in bagno e lo tenne sulle spalle per ore, finché la commissione passò oltre. Si salvò così, del Prete non ebbe più notizie forse anch’egli scomparso poi nel turbine della guerra. Il figlio Memmo ne ha raccolto le memorie di quei drammatici fatti in un libro: basterebbe quel gesto a spiegare il significato di questa medaglia anche in ricordo di chi salvò il padre da una atroce amputazione.

Lorenzo Malizia

Giuseppe Staccone fu preso in Croazia, deportato a Stettino in Polonia. Destinato come tutti gli Internati Italiani al lavoro coatto era impiegato come falegname per costruire baracche; verso la fine della guerra lo obbligarono a scavare trincee “in prima linea” contro l’avanzata delle truppe Russe. La razione era una misera brodaglia di barbabietole il più delle volte unico pasto giornaliero. Un giorno vide impiccare due italiani per poche mele rubate: i corpi rimasero appesi al cancello del lager per settimane. Questa tragica immagine, raccontata la sera, davanti al camino, ai figli, come ci ha testimoniato il figlio Felice, costituisce ancora oggi il suo monito sulla ferocia della guerra.

Giuseppe Staccone

La storia di Giovanni Gianfelice è arrivata fino a noi grazie ad un diario segreto (che sarà pubblicato solo nel 1962 con il titolo “Il campo della Morte”) tenuto del cappellano padre Luca Maria Airoldi, nel campo di Zeithain/IV B, dove morirono 900 militari italiani. Nelle pagine che ancora oggi suscitano dolore ed emozione nello sfogliarle, Padre Airoldi riportò tutte le informazioni con l’obiettivo, finita la guerra, di poter dare notizie ai familiari sulla tragica scomparsa dei loro cari …” Giovanni giunse il 4-5-1944 dall’Arbeitskommando di Bitterfeld. Parve rimettersi, poi precipitò. Chiese i sacramenti. Rimase cosciente fino all’ultimo: “Poveri miei cari!”, sussurrò prima di spirare”. Negli anni Novanta la sua cassetta ossaria rientrò a Sonnino, accompagnata da un picchetto militare d’onore: la madre non c’era più per accoglierlo. Oggi il nipote Giovanni custodisce con affetto e dedizione le lettere e pagine del diario che non sono solo carta d’archivio, ma un patrimonio da conservare e tramandare.

Giovanni Gianfelice

Questa cerimonia parla anche di ciò che fino a pochi anni fa conoscevamo poco. Oggi sappiamo finalmente il numero esatto degli Internati Militari e dei Deportati civili di Ceccano prigionieri dei tedeschi: 213! Undici non tornarono, morirono dietro i reticolati (Felice Alternati, Domenico Battista, Vitaliano Calenne, Pietro Antonio Ciotoli, Vincenzo Del Brocco, Cesare De Santis, Michele Di Mario, Giovanni Mastrogiacomo, Alberto Misserville, Vittorio Morrone, Guido Natalino Rispoli) e per tragica ironia della sorte quattro di essi perirono a seguito dei bombardamenti alleati. Infine dei 213 Internati, sette erano civili deportati e nella trama dei racconti e delle ricerche spunta anche un volto femminile, Antonietta Gallucci, arrestata mentre lavorava alla fabbrica di munizioni di Bosco Faito e internata a Berlino: segno che la deportazione non colpì solo chi indossava le uniformi, ma l’intera società, fabbriche e famiglie comprese.

Dire “no” allora non fu un gesto astratto. Significò rifiutare di tornare a combattere sotto le insegne nazifasciste, accettando il lager pur di non tradire la propria coscienza.

Per questo, il 20 settembre, non celebriamo eroi lontani, ma cittadini, prima di essere militari, come noi – contadini, operai, artigiani, studenti – posti davanti a una scelta enorme. La medaglia che viene riconosciuta ai loro nomi è un impegno: proseguire le ricerche, colmare i vuoti, mettere a disposizione archivi e testimonianze, portare queste storie nelle scuole, nelle case, nelle piazze. Perché la memoria viva non è un museo di ricordi: è un atto di responsabilità civile.

La drammatica storia di Luigi Di Mario, da vittima innocente di una rappresaglia tedesca a Ceccano, al lavoro coatto per la propaganda di Goebbels 

di Luigi Compagnoni

Il 27 gennaio scorso durante la manifestazione “il giorno della memoria” organizzata dalla Prefettura di Frosinone sono state consegnate le Medaglie d’Onore ai cittadini Italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra. Per la nostra città erano presenti i familiari di sei ex internati oggi scomparsi ed uno ancora vivente, Tommaso Pizzuti classe 1918, di cui abbiamo già raccontato della sua drammatica esperienza di prigionia. Di questi, soltanto uno risultava censito con lo status di civile al momento della cattura da parte dei tedeschi e nonostante la giovanissima età subì la stessa dura prigionia dei soldati. Parliamo  di Luigi Di Mario la cui storia di ex deportato civile , fino ad oggi poco nota a Ceccano, è stato  possibile ricostruire sulla scorta  dei ricordi del figlio Felice , ex dipendente comunale ,sulle notizie tratte dalle schede degli ex IMI  conservate nell’ archivio tedesco di Arolsen e soprattutto sulla base della descrizione di eventi ed episodi bellici accaduti a Ceccano nel 1943-44, così come riportati in alcuni passi dei libri  “il dolore della memoria” di Angelino Loffredi e Lucia Fabi e la “La Badia nella tormenta“ di Padre Gioacchino Passionista , fatti che coinvolsero un giovane ragazzo  fino a sprofondarlo  dietro i reticolati  di uno dei campi di concentramento nazisti  più tristemente famosi  per la crudeltà riservata agli internati: Dachau!

Luigi Di Mario nasce a Ceccano nel 1925 e all’epoca dei fatti che lo coinvolsero ha appena compiuto 18 anni, il concatenarsi di una serie di circostanze ed eventi lo rendono vittima inconsapevole di una durissima rappresaglia attuata dai tedeschi a Ceccano nella contrada Maiura di cui soltanto oggi è possibile ricostruire la sequenza cronologica alla luce delle cause scatenanti e il contesto che lo determinarono così come descritto nei libri di memoria storica locale citati.

A Ceccano erano presenti degli sparuti gruppi partigiani a contrastare i tedeschi e nel pomeriggio di domenica 20 novembre 1943 compiono un atto incredibile e sostanzialmente autolesionista. In perlustrazione nelle contrade Maiura e Cardegna incontrano due soldati tedeschi e fra questi un maresciallo. Li disarmano, li privano degli stivali e li inviano a piedi nudi presso il comando di appartenenza dislocato in località Le Cocce nella proprietà Mastrogiacomo. Ma commettono anche una bravata lasciando un biglietto firmato “Fra Diavolo” in cui sfidano i tedeschi a battersi presso la Badia il giorno appresso. La velleitaria azione dei partigiani si cala in una contrada dove la presenza dei tedeschi è  particolarmente numerosa infatti nel raggio di pochi chilometri sono acquartierati in ben cinque alloggiamenti presso fabbricati requisiti ai proprietari  con un reparto di sussistenza  che si erano già resi responsabili di razzie e efferati delitti nei confronti della popolazione civile e l’indomani, per vendicare  l’affronto subito , scatenano una capillare  azione di rappresaglia con circa 200 soldati che perlustrano le zone circostanti le due contrade  fino a spingersi sopra il crinale di monte Siserno .

Questo l’antefatto, nel primo pomeriggio del giorno dopo, durante l’azione  di rastrellamento attuata dai Tedeschi , Luigi si aggira   come  tanti suoi coetanei alla ricerca di qualcosa per sfamarsi poco lontano dalla sua abitazione , lungo l’attuale strada statale Frosinone-Gaeta, a poche centinaia di metri dall’incrocio che porta alla Badia dei padri Passionisti, del tutto  ignaro di ciò che è successo il giorno prima e soprattutto dell’azione di rappresaglia che i tedeschi stanno mettendo in campo .Il punto preciso della sua posizione , ci è stato indicato dal figlio Felice, si trova in corrispondenza  di un ponticello  che all’epoca  incanalava l’acqua di un piccolo fossato verso il Sacco , oggi risulta quasi del tutto interrato , da quel punto è possibile gettare lo sguardo per un lungo tratto di strada  fino all’incrocio con l’attuale via della Valle e oltre. Luigi vede la polvere sollevata dalla camionetta tedesca sulla strada -allora brecciata- mentre si avvicina e si impaurisce a tal punto che seguendo un naturale istinto cerca riparo nel ponticello sottostante ma i suoi movimenti sono stati già notati dai militari che equivocando sul suo atteggiamento, lo raggiungono e con forza lo spintonano sul mezzo.

Luigi tenta disperatamente di far capire che non ha fatto nulla contro i soldati ma la difficoltà di comprensione della lingua rende impossibile ogni dialogo ma soprattutto considerando la particolare durezza del reparto a cui appartenevano i militari tedeschi la sua sorte appare segnata! Il povero Luigi viene portato direttamente nel carcere di Frosinone. A differenza delle  altre vittime della rappresaglia che invece restano prigionieri a Ceccano e nei giorni successivi  grazie  all’intercessione di Padre Gioacchino Passionista  saranno liberati .Gli eventi e circostanze negative si accaniscono ancor di più verso Luigi nonostante  la  sua totale estraneità ad attentati contro il nemico tedesco , da Frosinone senza che nessuno sia a conoscenza delle sue sorti o possa intervenire a sua difesa , viene trasferito prima a Pico , dove mani compassionevoli  gli metteranno una giacca fuori misura sulle gracili e tremolanti spalle di ragazzo,poi a Roma da dove con un treno piombato verrà trasferito assieme ad altri  sventurati in Germania dove arriverà nel gennaio del 1944 per essere internato nel famigerato lager di Dachau a pochi chilometri da Monaco di Baviera . Il trattamento che le guardie del lager riservano al giovane ragazzo sono le stesse riservate ai militari internati, i ricordi di Luigi, come ci racconta il figlio Felice nei rari momenti che riusciva ad aprirsi in famiglia nel ricordare la sua prigionia, parlavano di sevizie e continue percosse anche per i fatti più banali che sommato a privazioni di una misera razione alimentare lo sprofondano nella più cupa disperazione!

In questa  drammatica sequenza di eventi che  inconsapevolmente travolgono Luigi fino a farlo precipitare in un  lager nazista ,  accade  finalmente una circostanza favorevole e del tutto inattesa :  un giorno mentre  è addossato ad un reticolato e maneggia nella tasca le poche bucce di patata  che è riuscito a racimolare, durante un ispezione un ufficiale tedesco (nei ricordi di Luigi … “ aveva sul  petto tante  medaglie” ) gli fa segno di avvicinarsi , Luigi titubante esegue  di malavoglia l’ordine , pensando forse  ad una perquisizione per le poche bucce di patata che aveva addosso  , e dopo essere stato osservato per qualche minuto dal gerarca nazista viene prelevato dal lager  .

La sua nuova destinazione, dopo alcuni mesi di permanenza a Dachau, è nella vicina Monaco di Baviera, sempre destinato al lavoro coatto ma questa volta non in una fabbrica o miniera come destinato ad altri internati italiani ma al centro di produzione cinematografica BavariaFilmKunst , il più importante centro di propaganda nazista che lo stesso Hitler incentivava con ingenti risorse finanziarie per celebrare la gloria del III° Reich. Il protagonista assoluto della macchina  propagandista fu  Joseph Goebbels, braccio destro del fuhrer , che istituì la BavariaFilmkunst nel 1939 , la Germania nazista fu così in grado di scatenare anche  attraverso  lo schermo la sua grande offensiva  militare ed ideologica .Luigi è addetto assieme ad altri  deportati Italiani , ricordava in particolare tale “Macera Pasquale” originario di S. Giorgio a Liri, all’ inserimento delle bobine per la proiezione dei film che la propaganda nazista visiona in anteprima e diventa muto testimone dell’ennesima follia nazista  protesa nella vana ricerca di affermare la  supremazia razziale e ideologica del III° Reich sul resto del mondo .

Il centro di produzione cinematografica ha continuato la sua vita ed oggi si chiama Bavaria Filmstadt e costituisce uno dei più grandi complessi cinematografici e televisivi d’Europa ed è diventato un centro di attrazione turistica, frequentato annualmente da circa 300.000 visitatori ma della produzione dei film nazisti e della presenza dei deportati durante il periodo bellico si è perso il ricordo.

Luigi viene liberato dagli Americani nell’aprile del 1945 e nel mese di luglio dello stesso anno, riesce finalmente a tornare a Ceccano portandosi nel cuore la sua drammatica esperienza vissuta in giovanissima età e che lo accompagnerà per tutta la sua breve vita, infatti dopo aver lavorato come operaio nel saponificio Annunziata, muore nel 1977 a soli 52 anni.

“Diversa…mente in campo”, lo Sport come strumento di solidarietà e inclusione

Ogni tanto accade anche nello sport di assistere a singolari e straordinarie manifestazioni come quella tenutasi lo scorso 18 Dicembre presso il Bocciofilo Parco Fitness di Patrica dove, a competere e a vincere sono soprattutto la comunanza e il sostegno.
Stiamo parlando della Manifestazione denominata “Diversa…mente in campo” nella quale, attraverso l’organizzazione del Circolo Bocciofilo Badia, si sono “sfidati” nel gioco delle bocce tra sorrisi e pacche sulle spalle atleti paralimpici provenienti dalle strutture sociosanitarie della Citta di Ceccano e dall’intero territorio provinciale.


Al termine degli incontri gli atleti sono stati premiati con medaglie consegnate dal Presidente Del Brocco, dai rappresentanti dei Comuni di Patrica e Ceccano e dagli sponsor che con il loro impegno consentono la realizzazione e svolgimento di tali manifestazioni.
Il Presidente nel suo intervento finale ha voluto esprimere il ringraziamento proprio e di tutta l’Associazione per tutti coloro che a vario titolo collaborano costantemente con l’Associazione, con una menzione speciale per gli amici della ABB Sace che quest’anno si sono aggiunti per l’organizzazione della Manifestazione e che da anni sono lodevolmente impegnati in tante iniziative sociali sul territorio.
Alla solidarietà e inclusione che hanno caratterizzato l’evento, si è aggiunta infine “l’accoglienza” fornita da Don Sebastiano, Parroco del Santuario di Santa Maria a Fiume in Ceccano, che ha dato ospitalità e ristoro in un pranzo natalizio a base di polenta e salsiccia agli atleti e a tanti altri amici condividendo con essi un gesto di convivialità attraverso l’augurio natalizio di cementare e implementare lo spirito di unione e di solidarietà che contraddistingue manifestazioni come “Diversa…mente in campo”.

L’augurio per il nuovo anno è che si consenta a questa disciplina, inclusiva e amata da tutte le fasce di età, di tornare ad avere delle strutture e dei luoghi cruciali per il suo svolgimento a tutti i livelli.

Campionato Italiano BBQ, un team ceccanese al 4° posto!

Il 14 e il 15 dicembre scorsi, presso il Barbecue Paradise di Torino, si è svolta la finale del Campionato italiano di BBQ. Sono stati due giorni appassionanti e molto combattuti. In rappresentanza della Ciociaria si è presentato l’esordiente Zio Team Barbecue, che si è classificato al quarto posto. Un risultato incredibile considerato che il gruppo era alla prima partecipazione. Questo sorprendente risultato è stato preceduto da un terzo posto nella classifica generale del centro-sud Italia.


È stato un percorso lungo e impegnativo, il campionato infatti è iniziato in primavera ed è terminato a dicembre; la passione per il BBQ e l’amicizia che lega i membri del team ha fatto da stimolo e collante. I nostri campioni capitanati da Cesare Masi (soprannominato Zio Vittorio, da cui il nome del team) sono Antonio Del Brocco, Vittorio De Sanctis, Angelo Peli, Dino Savo, Dario Del Brocco, Luca Del Brocco, Giuseppe Masi;  dopo questi grandi successi iniziano a prepararsi per il prossimo campionato che riserverà delle sorprese anche per il nostro territorio. Grazie all’impegno dello Zio Team Barbecue, infatti, una delle Fire Battle del prossimo campionato centro-sud Italia di BBQ si svolgerà a Ceccano e vedrà la presenza di team provenienti da tutta Italia. Il capitano Cesare Masi ringrazia sentitamente tutte le persone che li hanno seguiti e accompagnati con calore e partecipazione in questo incredibile esordio e da appuntamento per le prossime gare.

Attiva…mente in campo, una giornata inclusiva

Torna Attiva…mente, l’evento benefico promosso dalla Bocciofila Badia Ceccano in collaborazione con la ASL di Frosinone. Lunedì 18 dicembre, dalle 9.30 alle 11.30 presso il bocciodromo del Parco Fitness, in località 4 strade a Patrica, avrà luogo l’evento Attiva..mente in campo, che vedrà coinvolti gli utenti dei centri diurni di Ceccano e Isola del Liri, delle comunità “Franco Basaglia e “Romolo Priori” di Frosinone e della comunità “Maxwell Jones” di Ceccano. L’evento è patrocinato dal Comitato Paralimpico del Coni, dalla Federazione Italiana Bocce, dalla ASL di Frosinone e dal Comune di Patrica, oltre ad avere la collaborazione della Rete delle Associazioni di Ceccano. Alle 11.30 avrà luogo la premiazione per tutti i partecipanti.

25 Aprile …. la Liberazione è per tutti!

Vicende e tragedie dei partigiani ceccanesi

di Luigi Compagnoni

Il 25 aprile rappresenta, nella storia d’Italia, un giorno epocale che segnò la nascita dello Stato democratico dopo la dittatura e la guerra civile tra fascisti e antifascisti.

Dopo oltre 70 anni, si aggiungono altri elementi storici di approfondimento e di conoscenza di vicende individuali di quelle generazioni ribelli che hanno contribuito a costruire la Repubblica democratica nella quale viviamo.

La Liberazione ha 77 anni, ma è bene che i giovani siano consapevoli del passato e di cosa abbiano provato i lori nonni o parenti e capire che l’antifascismo non è una questione politica, ma è un valore che non può e non deve essere strumentalizzato da nessuno o essere ridotto a mero scontro ideologico.

Da maggio 2020 sono disponibili online le pagine del Portale Ricompart (Partigiani d’Italia), dove è possibile consultare le schede, intestate a singole persone e ordinate alfabeticamente, che contengono: dati anagrafici (nome, cognome, luogo di nascita, nome del padre e della madre, etc.); attività svolte nelle formazioni partigiane e negli altri corpi volontari; notizie su ferite, mutilazioni o decesso; lavori della Commissione; esito della valutazione sul riconoscimento. Questa preziosissima fonte documentaria rappresenta una significativa e nuova risorsa per gli studi sulla Resistenza italiana.

Il movimento partigiano, una volta per tutte, non fu ascrivibile esclusivamente ad un singolo schieramento politico o partito, ma coinvolse tutti coloro che si opposero alla dittatura fascista: socialisti, comunisti, cattolici, monarchici, Partito d’Azione, fronte militare clandestino e vi furono anche partigiani non schierati politicamente ed appartenenti a formazioni locali o anche gregari sparsi. La lotta al fascismo fu trasversale tra la popolazione, e consentì nell’immediato dopoguerra di gettare le basi dell’attuale stato democratico fondato sulla costituzione repubblicana. Dibattere ancora oggi sulla valenza democratica e sul valore della Resistenza è del tutto antistorico perché il 25 aprile è realmente la Liberazione per Tutti!!

Anche nella nostra città, Ceccano, il movimento Partigiano ebbe un notevole seguito e l’analisi delle schede del fondo Ricompart lo evidenzia chiaramente e apre nuove chiavi di lettura che confermano come la Resistenza ai nazi-fascisti non fu un aspetto isolato, ma riguardò ampie fasce della popolazione locale come nel resto della nazione.

I dati che emergono e sui quali sarà necessario compiere, negli anni a venire, ulteriori   approfondimenti e ricerche sono molteplici, ma confermano la radicalizzazione dello scontro e del sacrificio di ampi strati della popolazione contro gli oppressori dei principi di libertà e democrazia di cui oggi tutti beneficiamo.

Nel fondo Ricompart risultano censiti ben 80 ceccanesi ai quali viene riconosciuta la qualifica di combattente per la Patria con varie qualifiche (Partigiano, Patriota, Gregario, ecc..) così come individuato nei verbali delle Commissioni regionali che, a partire dal 1946, analizzarono le documentazioni relative alle vicende della resistenza degli italiani.

Già il dato complessivo dei partigiani ceccanesi è di valore assoluto se rapportato al numero dei soldati della nostra città caduti durante la Seconda Guerra Mondiale (142 caduti) o prigionieri degli inglesi a partire del 1940 (circa 200) o prigionieri dei tedeschi a partire dall’8 settembre del 1943 (circa 250) che. tranne pochissime eccezioni, scelsero la dura prigionia nei lager nazisti pur di non aderire agli ideali fascisti e di loro, 12 ceccanesi perirono dietro i reticolati.

Altro dato rilevante e sorprendente, visto che in questi 77 anni nella nostra città nessuno ne ha parlato, la presenza di ben 5 donne alle quali fu riconosciuta la qualifica di partigiano combattente:

Tranne Regina Bruni, madre del martire Francesco Bruni, trucidato dalle S.S. a Roma, di cui negli anni scorsi già Angelino Loffredi ne aveva tracciato le vicende storiche, delle restanti donne non si hanno tracce o notizie, mentre a mio avviso questo è uno degli aspetti più interessanti da ricostruire: le donne ebbero un ruolo attivo e non marginale nella resistenza all’oppressore anche nel Lazio e non soltanto nel Nord Italia.

Altre storie che riemergono dagli archivi, anche in questo caso affrontate marginalmente o poco enfatizzate nella memoria del nostro paese, le vicende dei partigiani ceccanesi attivi in altre regioni italiane, in particolare in Piemonte e in alcuni casi, come Orlando Nicolia, con ruoli di comando di formazioni partigiane attive nella resistenza ai nazi-fascisti in quei territori.

Infine, la vicenda incredibile di Felice Bucciarelli, riconosciuto dalla commissione Esteri per la sua partecipazione alla lotta partigiana in Albania, vicenda che ha del romanzesco e che andrebbe raccontata ai nostri ragazzi. Il reparto di Felice, dopo l’8 settembre, non si arrese ai tedeschi ma si schierò con i partigiani albanesi, coprendosi di gloria tant’è che il giorno della liberazione di Tirana, furono fatti sfilare per primi in segno di riconoscenza del popolo albanese per il valore dei soldati italiani, che invece di fuggire o aderire alla repubblica di Salò combatterono i nazisti. Anche su questa vicenda nella nostra comunità non vi è stato negli anni il dovuto riconoscimento per questo nostro concittadino, a tutti noto in città per la sua attività di macellaio.

Il 25 aprile non dovrebbe essere strumentalizzato da nessuno (pro o contro), ma deve essere vissuto come il culmine dello sforzo dell’Italia che si ribella e che non vuole essere oppresso ed anche nella nostra città il sacrificio degli ottanta partigiani, alcuni dei quali  trucidati dalle S.S. assieme ad altre decine di sostenitori o fiancheggiatori,  non può essere dimenticato o ricordato solo nella giornata del 25 aprile, ma deve essere presente nel nostro agire quotidiano e riconosciuto nel suo significato più profondo senza nessun preconcetto e strumentalizzazione di parte. Che il 25 aprile sia finalmente la Festa della Liberazione di Tutti, anche di chi la pensava in maniera opposta!

Elenco dei partigiani ceccanesi come da Archivio:

80 D’Annibale, Augusto Tigre (Ceccano, Frosinone), commissione: Piemonte

Il Centenario del Milite Ignoto, il ricordo dei caduti ceccanesi dispersi nella Grande Guerra

di Luigi Compagnoni

Esattamente 100 anni fa, il 4 novembre 1921, ebbe luogo la tumulazione del Milite Ignoto nella cripta  dell’Altare della Patria.

Quando, dopo la conclusione del primo conflitto mondiale, nel corso del quale avevano perso la vita circa 650.000 militari italiani, il Parlamento approvò la legge 11 agosto 1921, n.1075, “per la sepoltura in Roma, sull’Altare della Patria, della salma di un soldato ignoto caduto in guerra”, la Commissione appositamente costituita per la individuazione dei resti mortali di quello che sarebbe diventato il “Milite Ignoto”, compì ogni possibile sforzo affinché non fosse possibile individuare la provenienza “territoriale” del Caduto prescelto e neppure il reparto o la stessa forza armata di appartenenza. L’unico requisito assunto come inderogabile fu quello della sua italianità per questo furono esplorati  tutti i luoghi nei quali si era combattuto con lo scopo di scegliere una salma ignota e non identificabile per ognuna delle zone del fronte: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, tratto da Castagnevizza al mare.

I resti mortali dei caduti recuperati nelle varie zone del fronte, una sola delle quali sarebbe stata tumulata a Roma al Vittoriano, furono trasportati  nella Basilica di Aquileia. Qui venne operata la scelta tra undici bare identiche. A guidare la sorte fu chiamata una donna  di Trieste, Maria Bergamas, il cui figlio Antonio, era caduto in combattimento senza che il suo corpo potesse essere identificato.

Questo elemento di assoluta indeterminatezza, unito alla casualità della scelta finale della bara, tra undici identiche, effettuata da parte di Maria Bergamas, consentì a tutti gli italiani di identificare una persona cara in quel militare sconosciuto.

Anche la nostra città versò un tremendo tributo di sangue nella carneficina della Prima guerra mondiale (1915-1918), 250 ceccanesi perirono sul fronte in combattimento o in seguito alle ferite o malattie. Il numero dei militari ceccanesi caduti è impressionante rispetto ai caduti della Seconda guerra mondiale (che causò la morte di 142 militari della nostra città) se si considera che la Prima guerra mondiale ebbe una durata minore e soprattutto interessò un fronte di gran lunga inferiore, di fatto le truppe Italiane furono impegnate ‘solo’ nel confine Nord-Est (Carso, Dolomiti ecc..) e verso la fine della guerra alcuni reparti furono impiegati anche sul fronte Francese (Valle dell’Ardre, Bligny…).

Ma ancora più  tragico è il numero dei caduti ceccanesi i cui resti restarono sepolti o abbandonati in luogo ignoto… ben 25 !! Privando di fatto i loro familiari di poter piangere su una tomba o in un Sacrario.

Come restarono non identificati le salme di circa 200.000 soldati al termine della grande  guerra.

Il Milite Ignoto ha rappresentato  e continuerà a rappresentare nella memoria della nostra  nazione tutto ciò: identificare tutti i caduti a cui non è stato possibile dare una degna sepoltura in quel soldato sconosciuto.

Di seguito l’elenco completo dei dispersi Ceccanesi di cui si ignora il luogo di sepoltura per questo nel Centenario della traslazione del Milite Ignoto, da Aquileia a Roma, è doveroso da parte della nostra comunità ricordarne i nomi in questa solenne commemorazione. 

Elenco militari Ceccanesi dispersi durante la 1^ Guerra Mondiale durante operazioni di combattimento  e di cui si ignora  il  luogo di sepoltura

  1. Anelli Liborio (1897) disperso il  3 novembre 1918  sul fronte Francese
  2. Bartoli Giuseppe Antonio (1882) scomparso  in prigionia in data ignota
  3. Bruni Zaccaria (1881) disperso il 21 agosto 1917 in luogo ignoto
  4. Cerroni Giuseppe (1891) disperso il 18 ottobre 1917 in luogo ignoto
  5. Cervoni Francesco (1887) disperso  il 16 maggio  1916 su Cima Valbona , Trento
  6. Cipriani Pietro Antonio (1892) disperso il 18 giugno 1916 sul Monte Gonetta
  7. Cristofanilli Luigi (1894) disperso l’11 luglio 1915 sul Monte Interrotto , Asiago
  8. Del Brocco Angelo (1889) disperso il 16 novembre 1915 a Zagora
  9. Di Lorenzo Sosio (1893) disperso il 25 luglio 1915 sul Monte Sei Busi
  10. Di Mario Luigi (1898) disperso il 30 settembre 1917 sul Monte San Gabriele ( Slovenia)
  11. Di Pofi Giuseppe Angelo (1894) disperso il 16 aprile  1916 a Malga Cucco
  12. Di Stefano Pietro (1894) disperso il 24 agosto 1917 sulla Vertoiba ( Slovenia )
  13. Fiacco Pietro (1897) disperso il 10 febbraio 1917 sul Monte Santa Caterina ( Slovenia)
  14. Fiore Francesco (1884) disperso l’11 ottobre 1916 a Nova Vas ( Slovenia )
  15. Germani Felice (1891) disperso il 16 maggio 1916 a Monfalcone , Gorizia
  16. Loffredi Giovanni (1887) disperso il 28 agosto 1917 sulla  Bainsizza   (Slovenia )
  17. Maini Domenico (1896) disperso il 3 giugno 1916 sul Monte Cengio
  18. Malizia  Domenico  (1884) disperso il 10 ottobre 1916 , Nova Vas (Slovenia)
  19. Malizia Lorenzo (1894) disperso il 3 dicembre 1917 in luogo ignoto
  20. Massa Pasquale (1887) disperso il 6 giugno  1917 su  Monte  Ermada , Altopiano del Carso
  21. Mastrogiacomo Salvatore (1897) disperso il 7 settembre 1915  Monte S. Gabriele (Slovenia)
  22. Micheli Sebastiano (1888) disperso il 29 ottobre1915 sul Col di Lana
  23. Pirri Salvatore (1897) disperso il 9 febbraio 1917 sul monte Santa Caterina ( Slovenia)
  24. Pizzuti Luigi (1893) disperso il 24 novembre 1915 a Castel  Nuovo del Carso
  25. Staccone Francesco (1893) disperso il 3 giugno 1916 sul Monte Cengio

Giffoni Experience 2021. Un grido di felicità

di Cristina Cavicchini

Un vecchio professore un giorno mi disse “se vuoi la verità, chiedi ad un bambino”.
Non era Claudio Gubitosi ma credo che i due non si discostassero molto nel pensiero, contando che quest’ultimo, nel 1971, decise di fare dei bambini di Salerno, e poi di tutta Italia, giuria di uno dei Festival, ancora oggi, più acclamati e attesi dalla critica cinematografica di tutto il mondo.
Lo stesso François Truffaut, nel 1982, in una lettera lasciò scritto: «Di tutti i festival del cinema, quello di Giffoni è il più necessario». Troppo spesso infatti abbiamo dimenticato, e ancora dimentichiamo, il potere salvifico dei bambini, che esso riecheggi in sorrisi o, come in questo caso, nel futuro del cinema.
Non solo cinema, ma storie di coloro che troppo spesso vengono relegati a meri studenti o,
peggio, a menti spontanee prive di pensiero critico. Storie che si intrecciano e snodano tra i
personaggi protagonisti delle opere in concorso e i Juror dell’hub di Ceccano (tra l’altro unico Hub rappresentante della regione Lazio oltre Roma, sapete?) e che ho avuto il privilegio di assaporare, tutte in ogni loro singola sfumatura.
“La speranza di una vita migliore” è il tema della seconda giornata che ha aperto il sipario ai +13 con il film Her Name Was Jo. Una storia, quella di Jo, che la vede fuggire dall’ostilità della sua Virginia. Così come, non solo figli, ma anche padri e madri sono fuggiti, e ancora fuggono, dalla povertà e dalla corruzione delle loro virginie, alla ricerca di speranze nuove. Di una vita migliore. “Cambiare la vita con la forza delle proprie idee” è l’altro tema cardine di questo Cinquanta +1, stavolta capitanato da Snotty Boy e ambientato nell’Austria degli anni ’60. Un’Austria, in realtà, non troppo lontana da quella attuale. Come si cambia il destino di una Nazione, e poi quello del mondo intero?


“Noi non vogliamo che queste persone ci rappresentino, noi vogliamo cambiare e mostrarci per ciò che siamo!”. Sono le parole che dalla Sala Truffaut si propagano nelle aule del Liceo
Scientifico di Ceccano, che quest’anno ospita Giffoni e i suoi ragazzi. Sono Amy, Leonardo,
Francesco, Luca, ragazzi dediti all’innovazione e alla realizzazione di una società migliore. Una società che, proprio come Giffoni, lasci alle nuove, piccole, generazioni la libertà e la facoltà di rispondere, di decidere. Un’eccezione direte voi, tutti abbiamo avuto menti più brillanti di altre nelle nostre aule scolastiche, e invece no, credetemi. Beatrice, Vanessa, Sara, Anna, Valeria, Simone, Elisa, David, Riccardo, e tutti gli altri ragazzi che hanno composto questo meraviglioso gruppo, si sono fatti portavoce di una generazione che sa e che vuole di più da chi è rimasto inerme per troppo tempo.
Sono stati dieci giorni intensi questi di Giffoni Experience, un trionfo di valori che ben si esplicano nei lungometraggi vincitori.
I DON’T WANNA DANCE di Flynn Von Kleist (Olanda) per la categoria +13, dove a trionfare è un giovane ballerino e la sua ricerca della felicità.
E ancora, THE SHORT HISTORY OF THE LONG ROAD di Ani Simon-Kennedy (Usa) la fa da padrone per la categoria +16. Un lungometraggio che ci ricorda che non tutti sono nemici, che fidarsi è ancora possibile, se solo lo si vuole.
A ricordarci, invece, dell’importanza delle proprie scelte, e di quanto fantasia e realtà non siano poi così lontane, ci pensa NINJABABY, vincitore della categoria +18. Tratto dalla graphic novel FALLTEKNIKK di Inga Sætre, racconta della 23enne Rachel e della sua inaspettata gravidanza.
Poiché l’aborto non è più un’opzione, essendo la ragazza al sesto mese di gravidanza, l’adozione resta l’unica risposta. È allora che compare NinjaBaby, un personaggio animato che fa di tutto per rendere la vita quotidiana di Rakel un inferno.
Grazie

Betto Tomassi, tra i “Diavoli di Zonderwater”

di Luigi Compagnoni

Il giornalista Federico Buffa a partire dal 4 maggio racconterà su Sky la storia dei Diavoli di Zonderwater .

Buffa racconta le vicende umane di quei giovani italiani rinchiusi in Sudafrica e privati di tutto, che nello sperduto campo di Zonderwater, grazie allo sport, ritrovarono la dignità. Lontani da casa, dagli affetti. Ma anche lontani dalla battaglia. Soldati nel pieno della giovinezza. Un’intera generazione, il maggior numero di prigionieri di guerra italiani, quasi centomila, fra il 1941 e il 1947 si ritrovarono esiliati in Sudafrica, nel campo di Zonderwater, il più popoloso della Seconda Guerra Mondiale. In un paesaggio lunare, arido e bersagliato dai fulmini, come sopravvivere alla fame, alle malattie, alla noia, alla nostalgia del proprio Paese? La soluzione si deve al colonnello Hendrik Fredrik Prinsloo, un capo illuminato, che capì che a quei giovani uomini bisognava restituire una vita normale e scelse lo sport come alleato. Gare di scherma, atletica, ginnastica, incontri di boxe, un campionato di calcio con andata e ritorno e persino prigionieri-star, come Giovanni Vaglietti, del Torino, anima degli invincibili Diavoli Neri. Tra questi, il ceccanese Benedetto Tomassi, conosciuto da tutti come “Betto”, classe 1920. Nel dicembre del 2010 ebbi modo di intervistarlo su quella vicenda, la ripropongo volentieri oggi.

Nel  campo di prigionia di Zonderwater arrivarono dai vari fronti di guerra in Africa anche molti ragazzi ceccanesi. Tra i 252 prigionieri Italiani morti a Zonderwater c’è, ad esempio, anche Giacinto Ferri, nativo della contrada di Colle San Paolo, appartenente al 55° Reggimento Artiglieria “Brescia” fatto prigioniero dagli Inglesi e morto nel campo di prigionia sudafricano il 7 giugno 1942. Di un altro ceccanese che trascorse sei lunghissimi anni nel campo di Zonderwater possiamo farci raccontare da lui stesso la storia. Stiamo parlando di Benedetto Tomassi da tutti conosciuto come “Betto”, classe 1920, fatto prigioniero in Africa settentrionale e tornato in Italia nel 1946. Betto è conosciuto oltre che per l’appassionata militanza politica anche per i suoi trascorsi calcistici come ala destra della squadra del Ceccano nel dopoguerra e fece parte della formazione che il 26 gennaio del 1946  sconfisse il Frosinone in casa per 1 a 0. Partiamo appunto dalla sua passione per il calcio per farci raccontare la sua avventura nel campo di prigionia in Sudafrica  .

Betto ma nel campo di prigionia di Zonderwater si giocava a calcio?

Sì, nel campo esistevano addirittura, se non ricordo male, 14 campi di calcio e si disputavano veri campionati con gironi di andata e ritorno che duravano anche mesi. Alle partite assistevano tanti prigionieri che facevano un tifo incredibile, come si fosse trattato di partite di serie A. A proposito, non ricordo i nomi, ma credo che in alcune squadre di prigionieri militassero giocatori che avevano giocato nei campionati di serie A e B. Ricordo che ci fu anche una partita tra guardie carcerarie e una rappresentativa di prigionieri che finì 10 a 0 per noi con grande disappunto per i Sudafricani.

In effetti a Zonderwater, come si legge in un recente libro di Carlo Annese “I diavoli di Zonderwater”, oltre al calcio, nel campo di prigionia si svolsero con continuità anche altri sport come la scherma, l’atletica leggera e il ciclismo. Per la boxe ci fu un   combattimento tra Gino Verdinelli di Velletri e Giovanni Manca che raccolse circa 20.000 spettatori. Oltre al calcio, Betto, hai praticato altri sport?

No, oltre a giocare a calcio l’unica cosa cui ricordo di aver partecipato nel tempo libero era agli spettacoli teatrali dove si allestivano vere e proprie rappresentazioni in costume, dove davo anche una mano a cucire i vestiti di scena. Quell’esperienza mi è servita perché negli anni della prigionia ho lavorato come sarto e non me la sono passata male. La cosa simpatica negli spettacoli erano i personaggi femminili interpretati dagli stessi prigionieri, in particolare ricordo un Sergente di artiglieria che riscuoteva un successo fenomenale tra noi soldati che non vedevamo una donna da anni!

Ricordi di Giacinto Ferri morto nel giugno del 1942?

Ho un vago ricordo di Giacinto, ma c’erano anche altri soldati di Ceccano. Il campo di prigionia era enorme, quasi una città. Di fatto non ricordo come morì Giacinto anche se debbo dire che l’assistenza sanitaria era buona e c’erano nel campo parecchi ospedali. La maggior parte dei decessi, sembrerà strano, era dovuto ai fulmini che cadevano continuamente sul campo, soprattutto quando ancora era costituito dalle tende. Ricordo di un giovane di Anagni, Antonio Colantoni, che rimase fulminato da una saetta. A proposito di Giacinto, ricordo che aveva dei parenti a Colle San Paolo che negli anni passati ho visitato spesso.

Betto hai conservato qualche foto del tuo periodo di prigionia a Zonderwater?

Purtroppo le foto del periodo della mia prigionia sono andate perse durante una Festa dell’Unità, quando furono utilizzate per un’iniziativa sui ricordi dei reduci di guerra. Sarei molto contento poterne tornare in possesso perché è l’unico ricordo della mia permanenza a Zonderwater.

Betto, un’ultima domanda, perché in tutti questi anni non si è mai parlato delle varie  prigionie dei soldati ceccanesi dispersi in tutto il mondo, dall’India all’Australia, dal Sudafrica all’Inghilterra?

Non lo so. Di fatto appena tornati a Ceccano trovammo una situazione – si può dire- ancora peggiore di quella che avevamo lasciato in prigionia. Il primo impulso fu quello di rimboccarsi le maniche e impegnarsi alla ricostruzione senza più pensare agli aspetti negativi che la prigionia aveva lasciato dentro ognuno di noi.

Anche a Betto, scomparso il primo settembre del 2015, ultimo “diavolo di Zonderwater”  di Ceccano, è dedicata la trasmissione in onda dal 4 maggio realizzata dal giornalista Federico Buffa .

Betto Tomassi il giorno dell’intervista, dicembre 2010
La formazione del Ceccano vincitrice al Matusa contro il Frosinone nel 1946

Sesso, il punto di vista che nessuno vuole sentire

Noi non siamo dei demoni tentatori, delle streghe o delle puttane.
Il nostro corpo non è volgare, non va coperto.
Il piacere sessuale non è peccato.
L’orgasmo non è, e non deve essere, un’esclusiva maschile.
Darsi piacere non è una pratica necessaria per gli uomini e sconveniente per le
donne.
È libertà, esplorazione, conoscenza di se stesse, e non bisogna vergognarsene.
È proprio la vergogna, un sentimento troppo diffuso nelle donne, a trasformarsi
in una morsa così stretta da non farci più respirare.
Ci incatena e umilia.
Con quella vergogna ci hanno marchiate a fuoco.
Ora bisogna che la grattiamo via.
Non deve appartenerci.
Noi non siamo Eva nata dalla costola di Adamo.
Noi siamo Lilith, nata con lui dalla terra.
Siamo la donna che non volle sottomettersi all’uomo.

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