Libri: “The best man” di A.S. Kelly

the best man

Autore: A.S. Kelly

Titolo: The best man

Genere: Contemporary romance

Anno: 2018

Pagine: 540

L’autrice: A. S. Kelly è nata in Italia ma vive in Irlanda con il compagno, due bambini e un gatto di nome Oscar. Appassionata di letteratura inglese, amante della musica e dipendente dal caffè, trascorre le sue giornate in una cittadina a Nord di Dublino, cercando ispirazione per le sue prossime storie.

Sinossi: Arrivo sempre al momento sbagliato. Non so sfruttare la situazione, non so dire la cosa giusta, non so quando entrare o uscire di scena. Chiamiamolo pure tempismo di merda. Non sono uno che brilla per le sue idee geniali; sono un uomo pratico, un lavoratore, uno che vive per la sua famiglia e per l’aria che lei respira. Peccato che lei non lo abbia mai saputo e che io abbia atteso tutti questi anni per farmi avanti. Inutile dirvi che era già troppo tardi e che ho combinato l’ennesimo disastro. L’ho costretta a tornare a casa ma non le chiederò di restare neppure questa volta, neanche se fossi l’amore che l’aspetta da sempre. Perché lei non appartiene a questo posto. Perché lei non appartiene a me. Mi chiamo Alex Brennan e questa è la storia di come capisci di aver perso la cosa più importante della tua vita senza averla mai avuta. “Non te lo chiederò mai, Ellie.” Sono un idiota, ma lo faccio lo stesso, perché la amo più di quanto amo l’idea di noi due insieme. “Non ti chiederò di tornare.” Lascio andare il suo viso e faccio un paio di passi indietro. “Perché?” “Lo sai perché” le dico e dal modo in cui i suoi occhi diventano enormi e senza via di scampo, capisco che lei la mia risposta la conosceva già.

Recesione: Cari lettori eccomi di nuovo davanti al pc per provare a raccontarvi le emozioni che ogni libro che leggo mi lascia! Oggi voglio parlarvi del libro The best man di A.S Kelly. Un libro che mi ha fatto riflettere molto sulla famosa frase “il primo amore non si scorda mai”, beh che dirvi dopo aver letto di Alex e Ellie sono sicura che questo motto sia vero al 100%. L’autrice ci parla di quell’amore vero e puro che si incontra solo una volta nella vita e senza il quale non riusciremmo neanche a respirare. Un amore con la a maiuscola, che si insinua sotto la pelle e nelle ossa fino ad arrivare al cuore ed esplodere in mille colori. Si, perché l’amore ha mille colori è fatto di passione, rabbia, delusione, gioia e soprattutto voglia di lottare per raggiungere la meta finale, che spesso nelle favole è conosciuta come il famosissimo “vissero felici e contenti”. A.S Kelly nelle pagine di questo emozionante libro ci mostra tutti i colori dell’amore, che legati insieme a quelli della famiglia e dell’amicizia ci regalano una storia ricca di sentimenti, che ci fa ridere e piangere allo tempo, un vero e proprio spaccato di vita reale raccontata dalla fantasia impeccabile dell’autrice. Un libro che si legge tutto d’un fiato, grazie allo stile fluente e accattivante con cui la scrittrice ha realizzato pagina dopo pagina. Un libro che secondo un mio modesto parere merita un posto nelle vostre librerie sia cartacee che elettroniche. Una lettura che consiglio a tutti in attesa che esca il 17 settembre The first man, che ci regalerà sicuramente un’altra grande e forte emozione.

Romanzi della stessa autrice:

  • O’Connor Brothers serie di A.S. Kelly
  • Four days serie di A.S. Kelly

Buona lettura.

Marilena De Angelis.

Visti a Venezia: At Eternity’s Gate

In concorso a Venezia 75 At Eternity’s Gate, film che rivela l’animo di Van Gogh. Cosa vuol dire essere un artista lo spiega Julian Schnabel, lui stesso pittore, regista del film. Ispirato dai dipinti di Vincent Van Gogh, interpretato magistralmente da Willem Dafoe, attraversa la sua opera con lo stesso sguardo del pittore olandese e delle persone a lui più vicine come l’amato fratello Theo (Rupert Friend) o l’amico Paul Gauguin (il Poe Dameron di Star Wars Oscar Isaac). I movimenti di macchina conducono lo spettatore nella bellezza della natura e di quei dipinti che la ritraggono, solo posteriormente riconosciuti come arte pura. Il film scava negli eventi interiori che portano all’urgenza della pittura, tra la più buia alienazione e la lucida consapevolezza dell’arte e, dunque, della vita. Pur non essendo una biografia vera e propria trasmette il vero essere di Van Gogh, la sua realtà. Le pennellate cariche di tinte date con violenza insieme alle inquadrature sfocate e accuratamente mosse incarnano la sua poetica. Un film per chi sente ancora la necessità della Bellezza.

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: The Sisters Brothers

The Sisters Brothers, di Jacques Audiard, in concorso a Venezia75. Di nuovo un western, dopo i 6 episodi di The Ballad of Buster Scruggs dei Coen. Il racconto di frontiera viene reintegrato (dopo la celebrazione di The Hateful Eight di Tarantino, certamente). Stavolta si tratta di un western di viaggio, girato da un autore francese. I due cowboy killer, i fratelli Eli (John C. Reilly) e Charlie Sisters (Joaquin Phoenix) sono al soldo del Commodoro. Sono due killer dal sangue freddo ma si beccano come due fratellini dodicenni. Charlie è lo scapestrato con manie di potere che beve whiskey fino a svenire, Eli, il più assennato, gira con uno scialle rosso che annusa romanticamente prima di dormire, è stanco di fare quella vita e acquista un primordiale spazzolino da denti e dentifricio con tanto di istruzioni per l’uso. Danno la caccia ad un’altra coppia, quella formata dal detective (Jake Gillenhall) che cita Thoreau e il chimico utopista che sogna una civiltà egualitaria a Dallas (Riz Ahmed) e ama la scienza. Interesse che lo ha portato a scoprire la formula di una sostanza che, disciolta nell’acqua, fa brillare le agognate pepite d’oro.
La corsa all’oro sconvolge le identità dei protagonisti, il loro precario equilibrio crolla con la punizione che arriva feroce e puntuale. E alla fine non resta che tornare a quello che erano, “reinfetarsi”in un bagno caldo o in un letto appena rifatto. Audiard, si basa sul romanzo di Patrick Dewitt, ma con un tono umoristico formidabile. Scene spassose si alternano a scontri a fuoco cruenti, la battuta si nasconde potenzialmente in ogni scena. Con una magnifica colonna sonora, The Sisters Brothers è un film sull’amore fraterno e sui sogni che siano di utopie irrealizzabili o di reale semplicità.

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: Tel Aviv on Fire

In concorso nella sezione Orizzonti a Venezia 75, Tel Aviv On Fire. Film diretto dal regista palestinese Sameh Zoabi, racconta della vita non facile dei palestinesi oggi e lo fa con un sense of humour sofisticato e coinvolgente. Il protagonista Salam ( Kais Nashif) viene assunto come consulente per i dialoghi di “Tel Aviv On Fire” soap opera antisionista di spionaggio ambientata durante la Guerra dei Sei Giorni. Salam, costretto a spostarsi tra Gerusalemme e Ramallah dove sono gli studi televisivi, deve sottoporsi ai controlli dei posti di blocco e lì incontra il comandante israeliano Assi (Yaniv Biton), la cui moglie è una fan accanita della serie. Assi si appassiona a tal punto da intervenire nella scrittura degli episodi. Tra i due nasce un sodalizio artistico che porta Salam a diventare unico sceneggiatore della serie.
attraverso un esilarante gioco di intrecci tra trama principale e quella della fiction televisiva il doloroso passato riemerge. passato che in nessun modo si può dimenticare. Il film mostra dai diversi punti di vista, quello del giovane palestinese e quello del soldato israeliano, ciò che accade oggi in Cisgiordania e la possibilità di una convivenza pacifica.
“ Da cosa si capisce che due persone si amano? Dal fatto che si ascoltano l’un l’altra”, dice l’israeliano a Samal durante la stesura delle scene, è qui che va ricercato il messaggio di questa commedia intelligente.

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: La noche de 12 años

La noche de 12 años, di Alvaro Brechner. Film assolutamente da non perdere, in uscita in Italia il 23 Novembre.
1973. L’Uruguay è governato da una dittatura militare. Una sera d’autunno, tre prigionieri tupamaro vengono sequestrati dalle loro celle nell’ambito di un’operazione militare segreta. L’ordine è preciso: “Dato che non li possiamo uccidere, facciamoli diventare pazzi”. I tre uomini resteranno in isolamento per dodici anni. Tra loro c’è Pepe Mujica che diventerà presidente dell’Uruguay.

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: The Ballad of Buster Scruggs

The ballad of Buster Scruggs è un’antologia western che rompe l’incanto dell’epopea hollywoodiana per eccellenza con l’humour nero dei Coen Brothers. Prodotto da Netflix ed ideato per una fruizione episodica, sei in totale, decostruisce il genere classico americano per antonomasia catapultando cowboy e diligenze nel presente. Le battute potenti che scatenano fragorose risate alla proiezione in Sala Grande a Venezia ‘75 (con la presenza dei registi e parte del cast), lasciano il passo a racconti più amari, come quello del freak show del ragazzo senza braccia ne gambe, interpretata dal bravissimo Liam Neeson. Tutti gli archetipi sono portati in scena, intrepidi cowboys che duellano, la rapina in banca, la caccia all’oro, la diligenza, gli attacchi violenti degli indiani. Tutto ci appare nuovo però, attraverso la poetica dei Coen, quel grottesco che contraddistingue il loro cinema. Come gli stessi autori hanno affermato: “Ci sono sempre piaciuti i film antologici, in particolare i film girati in Italia negli anni Sessanta, che mettevano insieme opere di diversi registi incentrate su uno stesso tema. Nello scrivere un’antologia di storie western, abbiamo tentato di fare la stessa cosa, sperando di ingaggiare i migliori registi attualmente in circolazione. È stata una grande fortuna che entrambi abbiano accettato di partecipare”.

Roberta Fiaschetti

Visti a Venezia: Roma di A. Cuarón

In concorso a Venezia 75 il commovente Roma di Alfonso Cuarón targato Netflix è un film-ritratto dell’ infanzia del regista. 1971, in bianco e nero, nel quartiere omonimo di Città del Messico girato con lunghi piani sequenza. La casa ricostruita con minuzia dei particolari è teatro della toccante storia di due donne rimaste sole. E quella della famiglia, o di ciò che ne rimane, con quattro ragazzini che giocano a sparare e a fare gli astronauti. La narrazione è affidata alla figura di Cleo (la formidabile Yalitza Aparicio) giovane domestica lasciata sola a portare avanti una gravidanza non voluta. La storia di Cleo si sviluppa in parallelo con quella della signora Sofia (Marina de Tavira) abbandonata dal marito traditore il Dott Antonio (Fernando Grediaga). Le due donne portano avanti le loro vite con grande forza, tra incursioni storiche come quella della violenta repressione nel 1971, di una protesta studentesca, e scene apertamente felliniane o tratte da film formativi per il regista come “Abbandonati nello spazio” di John Sturges. Roma ci fa peregrinare tra le mura di una casa, tra gli spari di una rivolta, per poi soffermarsi sugli oggetti insignificanti di una quotidianità ormai svanita nel passato.

Roberta Fiaschetti

Il gruppo “Giovani Medici Frosinone” per la Valle del Sacco

Il gruppo “Giovani Medici Frosinone” per la Valle del Sacco

Avatar di Damiano PizzutiDamiano Pizzuti

Dopo qualche settimana di inattività torno a scrivere di salute, prevenzione e buone pratiche nella società. Lo faccio presentando un progetto che mi sta molto a cuore, da mesi infatti i medici più giovani della provincia di Frosinone stanno parlando, facendo gruppo al fine di creare un sostegno concreto e tangibile alla terra che li ha visti nascere. Si tratta di professionisti under 40 che sicuramente avrete avuto modo di conoscere nei presidi di Guardia Medica, nei PAT o in qualche sostituzione dal vostro medico di famiglia.

Impareremo tutti a conoscere meglio i “GMF“, annuncio che è in lavorazione un sito completamente gestito da loro che si propone di fare informazione corretta riguardo pratiche mediche, patologie comuni, prevenzione e che cercherà di spiegare quello che giorno dopo giorno accade dal punto di vista sanitario nel nostro territorio. Ci tengo a precisare che tale gruppo è autonomo…

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Migranti: tutelare le minoranze per tutelare lo Stato

Nell’ultimo periodo in molti si sono chiesti quale fosse la ragione che spingesse i media e la politica a soffermarsi su eventi che avessero ad oggetto persone di colore, trascurando eventi simili capitati a persone estranee a tale categoria: la risposta più comune è stata pensare che gli organi politici e di informazione avessero a cuore solo i diritti dei primi, infischiandosene di quelli altrui; una discriminazione a contrario bella e buona.

La realtà, è però ben diversa.

Uno dei compiti fondamentali di uno stato democratico è quello di garantire la tutela delle minoranze (etniche, religiose, linguistiche, persone soggette a impedimenti sia psicofisici che sociali): la storia ce lo insegna, in quanto più deboli queste possono essere facilmente soggette a emarginazione sociale, atti intimidatori e violenti, pulizia etnica.

E’ evidente che siamo in un periodo storico in cui gli immigrati e le persone di colore nello specifico sono una minoranza sempre nell’occhio del ciclone, che da più parti siano stati definiti come il problema principale del nostro paese: si parla di emergenza, invasione, addirittura di sostituzione etnica in corso.

Ed è preoccupante: non ci sono dati oggettivi che indichino l’aumento complessivo dei crimini, né che dimostrino una maggiore percentuale di reati da parte di immigrati; la spesa per far fronte all’immigrazione è di 5 miliardi di euro (non computati nel rapporto deficit/pil e non altrimenti spendibili) mentre la corruzione e l’evasione fiscale ce ne costano almeno 30 volte tanto ma la maggioranza dei cittadini non ne ha percezione.
D’altra parte una campagna ben studiata di fake news ha creato falsi simulacri come quello dei migranti che prendono 35 euro al giorno (che invece vanno agli italiani che li gestiscono) o quello dei finti profughi che in accordo con gli scafisti metterebbero in atto una sceneggiata al solo scopo di invaderci (sceneggiata che è costata 15mila morti in 5 anni), sdoganando la figura del migrante come nemico e causa di tutti i mali.

In un quadro del genere è ovvio che eventuali reati aventi sfondo razzista, ovvero quelli la cui causa unica o principale sia l’appartenenza della vittima designata ad una specifica etnia, debbano essere evidenziati ed avversati dalle forze politiche e dall’opinione pubblica democratiche: il rischio è che diventino consuetudine, che ogni persona che veda frustrati i suoi interessi scarichi il malcontento su chi ad oggi sembra essere l’unica causa dei problemi del nostro paese.
La storia ci insegna che trascurare questi segnali dà il via ai più grandi e disumani abomini.

Tutelare chi appartiene ad una minoranza non significa poi, come erroneamente molti hanno affermato, non tutelare gli altri cittadini: questi ultimi godrebbero allo stesso modo del diritto di difesa anche qualora non esistesse alcuna minoranza.

La tutela e l’attenzione speciale nei confronti dei membri delle minoranze sono tali perché non è in gioco l’interesse di un singolo individuo bensì quelli di un intero gruppo (la minoranza di appartenenza); se preso singolarmente un reato commesso nei confronto di un membro di una minoranza non ha un significato particolar, ma a livello globalepotrebbe non essere così: la persona potrebbe essere attaccata per colpire una specifica etnia, nazionalità, una minoranza in quanto tale, pur non avendo l’aggressore alcun motivo personale nei confronti della vittima.

Non è così per i reati commessi dai migranti: fino ad oggi non esistono atti che testimoniano di una specifica volontà di colpire italiani in quanto appartenenti a tale collettività, occorre pertanto punire il reato così come previsto dalla legge ma non si può parlare in alcun modo di discriminazione al contrario.

Mettere sul banco degli imputati una minoranza in quanto diversa dal potere dominante è un meccanismo che uno Stato democratico e pluralista come il nostro non può e non deve avallare, perché così facendo porrebbe le basi per la distruzione dei principi su cui si fonda.

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Libri: Legata alla luna di Marco Dal Forte

Il bene e il male a volte si sfiorano, si incrociano, si mischiano. Nel nuovo libro di Marco Dal Forte Legata alla luna convivono addirittura e costringono il lettore ad orientarsi tra le pagine di una storia che fino alla fine provoca e lascia in sospeso. E’ un mondo, quello che Marco Dal Forte descrive senza lesinare dettagli devastanti, dove realtà e mistero confondono, stupiscono, terrorizzano quasi. Dalle prime pagine viene da chiedersi dove e come l’autore sia riuscito a tirar fuori così tanto. Perché c’è un dubbio che spunta rigo dopo rigo: siamo davvero convinti di riuscire a distinguere il bene e il male che incontriamo e viviamo tutti i giorni nel nostro quotidiano? L’intrigo è ammantato di immagini estreme, di esasperazioni, di protagonisti chiamati al sacrificio e di contrapposizioni tra reale e surreale che non smettono mai: c’è la luce e il buio, la fede e la tentazione, la guerra e la pace. Il lettore si trova sempre di fronte ad un doppio che incarna alla perfezione l’esistenza. Deve essersi divertito parecchio l’autore. Sembra quasi di vederlo, il cascinese, mentre scrive e se la ride…

Legata alla luna è la seconda fatica letteraria di Marco Dal Forte e arriva dopo il successo de La Matrice, opera di esordio dell’autore toscano. Registrato e archiviato con soddisfazione l’ottimo riscontro di pubblico del primo romanzo – arrivato senza troppe aspettative quando ad un certo punto della sua vita l’imprenditore ha deciso di mettersi alla prova con un romanzo storico e dal sapore romantico -, Dal Forte si è saputo reinventare in un genere completamente diverso. Vincendo la sfida di nuovo.

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